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Esperienze extracorporee 23 Settembre 2006

Posted by amadeux in obee, sogni.
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Esperienze extracorporee

(Oobe – Out Of Body Experience, Viaggi astrali e Sogni lucidi)

IL VIAGGIO ASTRALE
da www.viaggioastrale.it

Penso vi sia capitato tante volte di sognare di volare o di cadere dal letto, o di svegliarvi la mattina con la netta sensazione di aver toccato con mano i vostri sogni, di averli vissuti come reali…

Esiste una spiegazione a tutto questo, esiste qualcosa che va oltre alla normale comprensione di tutti i giorni, qualcosa che va oltre al solito materialismo: esistono i VIAGGI ASTRALI.

Ma cosa e’ un Viaggio Astrale per l’esattezza e cos’e’ che spinge sempre più persone ad avvicinarsi a queste esperienze?

Il Viaggio Astrale o come viene spesso definito Esperienza Extracorporea o nella famosissima sigla inglese OOBE (Out of body experience – esperienze fuori dal corpo) non e’ altro che la possibilità per noi stessi di uscire dal nostro corpo ed agire consapevolmente nell’altro lato della realtà la quale ai nostri sensi ed occhi fisici appare impercettibile ed invisibile, ma non e’ altro, a seconda del proprio grado di evoluzione che il primo stadio dopo la morte, sovrastante il mondo come lo vediamo tutti i giorni ma regolato da leggi diverse… prima tra tutte il dominio da parte delle nostre emozioni, l’assenza di peso e la straordinaria possibilità di passare attraverso le cose….

Tutte le notti l’uomo viaggia in astrale e sarebbe una cosa normalissima se solo ne fosse cosciente quando vive l’esperienza, ma a pensarci da svegli razionalizzando le idee appare impossibile, e proprio per questo che lo scopo di imparare ad uscire volontariamente dal proprio corpo e quello di diventare coscienti di quello che facciamo e non di farlo trasformare dal nostro io in forma di sogno…

Succede spesso di avere delle esperienze, esserne coscienti, viverle, esserne certi pure al rientro nel corpo e poi durante il giorno il proprio subconscio cerca di soggiogarci facendoci credere che era solo un sogno, e’ una dura lotta contro se stessi, vi sembrerà strano ma succede… All’inizio e’ difficile accettarlo, e’ ci vogliono molti tentativi per giungere a fare un viaggio astrale cosciente, ma poi superata la barriera tutto verrà da solo, noterete poi che con la pratica non serviranno più le tecniche per sdoppiarsi ma tutto accadrà da solo quando vi metterete a letto…

Sempre più gente si avvicina al viaggio astrale, c’e’ a chi succede per caso di avere un’ esperienza cosciente, (può succedere!!), spesso accade a chi ha degli incidenti gravi o è sotto anestesia da qui i famosi racconti di persone che vedono sospese a mezz’aria la scena del soccorrimento al loro incidente o la loro operazione in sala operatoria. Altri provano e riprovano ma non giungono mai a nulla evidentemente non e’ il momento giusto, altri riescono con il primo tentativo ed altri gradualmente, ma l’obiettivo e’ riuscire a farlo coscientemente…. Gia dalle prime volte che una persona si avvicina all’argomento del viaggio astrale noterà dei cambiamenti nel corso delle proprie notti.

IL PRIMO PASSO PER AVVICINARSI AL VIAGGIO ASTRALE E’ SAPERE CHE ESISTE

Le OBE: viaggi dell’anima
da www.arsenio.net/sognilucidi.net/approfondimenti/obe.htm

Parliamo delle OBE (Out of body experience), chiamata anche “Esperienze fuori dal corpo” o “Viaggi astrali”. C’è da premettere che a differenza dei sogni lucidi, i quali hanno un riconoscimento scientifico, il fenomeno delle OBE ancora non ha trovato una prova sperimentale che ne dimostri l’origine. La domanda resta dunque aperta: le OBE sono veramente la possibilità di uscire (con l’anima) dal corpo fisico, oppure dei particolari sogni lucidi? Chi ha avuto dei Viaggi astrali può confermare che queste esperienze sono abbastanza diverse dai sogni lucidi, sia in fatto di sensazioni che consapevolezza. I ricercatori invece sono propensi a credere che tutto sia dovuto alla capacità del cervello di creare immagini e realtà endogene in assenza di input sensoriali.

Cos’è il Viaggio Astrale?

Il Viaggio Astrale è la possibilità di abbandonare il proprio corpo e viaggiare con l’anima.
In verità non c’è solo il corpo fisico e l’anima, ma ci sono ben 7 corpi:

1) il fisico, 2) l’eterico, 3) l’astrale, 4) il mentale, 5) lo spirituale, 6) il cosmico, 7) il nirvanico.

Il corpo eterico può viaggiare nello spazio, ma non nel tempo.

Il corpo astrale può viaggiare sia attraverso lo spazio che nel tempo, ma solo in direzione del passato, non verso il futuro.

Il quarto corpo, il mentale, può viaggiare sia nel passato che nel futuro.

Il quinto corpo, quello spirituale, oltrepassa il regno del tempo e dell’individualità. Può viaggiare nel passato dell’intera esistenza, ma non nel futuro.
Due persone che siano giunte entrambe alla realizzazione del quinto corpo possono viaggiare insieme, altrimenti è impossibile. Normalmente è impossibile avere un viaggio in comune con altri, ma dal quinto corpo in poi, lo stesso viaggio può essere vissuto da più persone contemporaneamente.

Il sesto e il settimo corpo sono troppo complessi per poterne parlare.

Viste le possibilità che offre il Viaggio Astrale è ovvio che questo non va intrapreso per futili motivi ma per un desiderio di crescita spirituale.

Tutti noi durante la notte, mentre dormiamo, abbandoniamo il nostro corpo fisico. Il corpo astrale infatti può lasciare il corpo fisico con grande facilità e spostarsi da un luogo all’altro. A volte queste esperienze possono essere rielaborate dalla nostra mente e ricordate sotto forma di sogni. Non tutti i sogni però possono essere originati da un’esperienza fuori dal corpo, infatti se mentre dormiamo una persona ci mette, ad esempio, uno straccio bagnato intorno alle caviglie è possibile che cominciamo a sognare di attraversare un fiume. Questo è chiaramente un sogno causato dal corpo fisico e non causato da un’esperienza fuori dal corpo.

Per riuscire a fare un Viaggio Astrale bisogna restare svegli nel corpo che si addormenta. Normalmente quando ci addormentiamo passiamo dallo stato di coscienza a quello di incoscienza, ma noi non siamo il nostro corpo, è quindi possibile restare coscienti mentre il corpo si addormenta. A questo punto si possono avvertire delle vibrazioni, è questo il momento per provare ad uscire dal corpo, lentamente. Ognuno deve trovare il suo metodo, senza farsi prendere dall’emozione altrimenti si ricade subito dentro il corpo e ci si sveglia (cioè si torna ad essere coscienti nel corpo fisico). Quando fate un Viaggio Astrale trasferite la vostra coscienza in un altro corpo.

Dal Sogno Lucido al Viaggio Astrale

Un’altra possibilità per uscire dal corpo ci viene offerta dal Sogno Lucido.
Se si riesce a sperimentare lo stato di Sogno Lucido, mentre siete nel sogno, dovete desiderare che il sogno finisca ma senza svegliarvi!
Attenzione, non dovete desiderare di svegliarvi ma solamente che il sogno finisca.
A questo punto vi ritroverete coscienti nel corpo che dorme, non vi resta che desiderare di uscire dal corpo, alzarvi e quindi andare a farvi un giro lasciando il vostro corpo fisico.
Per le prime uscite è sempre meglio comunque non allontanarsi troppo dal proprio corpo fisico.

L’altra faccia della vita umana

Dormiamo, perché?

A questa domanda i ricercatori non hanno ancora dato una risposta precisa, anche se alcuni elementi ci posso far intravedere una risposta plausibile.
Partiamo da una constatazione di fatto: dormire è un esigenza primaria, senza la quale un essere vivente può anche morire. Questo spinge a pensare che sia un fenomeno alquanto complesso, con un ruolo profondo, derivato sicuramente da un’esigenza primaria del cervello stesso. Il sonno è forse nato come strategia di risparmio e recupero energetico, ma anche come momento di riorganizzazione di alcuni processi psichici, come memoria ed apprendimento.

Cos’è che ci fa dormire?

Tutti gli esseri viventi possiedono dei cicli che hanno lo scopo di sincronizzare le loro funzioni biologiche con il periodo di rotazione della terra (24 ore). Anche l’uomo possiede questi orologi interni e uno di questi è il ritmo “sonno-veglia” che si regola su quello naturale terrestre del ritmo “notte-giorno”. Questo ciclo circadiano (cioè che ha un ciclo di 1 giorno) modifica i livelli di vigilanza degli uomini entro l’arco di tempo di 24 ore; ma non solo, influenza anche la temperatura, le secrezioni ormonali, le variazione del volume del sangue, ecc… Tutto questo meccanismo viene regolato da un piccolo numero di cellule (poche decine di migliaia) situate nella zona dell’ipotalamo.
Il dormire comporta l’attivazione di numerosi centri cerebrali che regolano il passaggio degli impulsi nervosi, quindi si può affermare che mentre si dorme il cervello non riposa o lavora di meno, ma semplicemente lavora in maniera differente, comunque allo stesso modo attiva e complessa. Come avviene l’addormentamento?
Semplificando, attraverso due sistemi. Il nucleo soprachiasmatico (situato nell’ipotalamo), in corrispondenza di una variazione della luce percepita dagli occhi, stimola la produzione di alcuni ormoni che, insieme ad altri segnali, mettono in moto i meccanismi dell’addormentamento. Un’altra leva è il debito di sonno accumulato: più è lungo il tempo dell’ultimo sonno, più un soggetto prova sonnolenza e desiderio di dormire. Si è ipotizzato, a tal proposito, che il cervello durante la veglia accumuli delle sostanze chimiche che portino, col passare delle ore, un effetto soporifero.

I meccanismi dell’addormentamento.

Stimolato l’ipotalamo, parte un flusso di segnali verso il tronco (una parte primitiva del cervello che presiede alcune funzioni della sopravvivenza: respirazione, sesso, fame, ecc..). Dal tronco successivamente vengono inviati due segnali rivolti, uno alla zona che presiede lo stato di veglia, l’altro al talamo. Il talamo ha la funzione di modulare il passaggio di informazioni da e per la corteccia cerebrale (che è quel sottile strato esterno del cervello che presiede alle funzioni “nobili”: linguaggio, logica, immaginazione, ecc…). Il talamo in fase di addormentamento riduce i segnali tra il resto del cervello (e del corpo) con la corteccia cerebrale.

Con questo accendere e spegnere alcuni interruttori, il cervello si ritrova in una nuova situazione, dove i centri della veglia sono bloccati e le comunicazioni con l’interno ed esterno dell’organismo sono attenuate. A questo punto ci si addormenta.
Questo meccanismo è abbastanza delicato e basta poco per disturbarlo portando così ad allungare i tempi di entrata nel sonno. Basti pensare come sia difficile addormentarsi quando siamo ansiosi, oppure quando abbiamo sete, fame, freddo, caldo o sentiamo dei rumori fastidiosi.

Le fasi del sonno.

Durante il sonno il cervello attraversa varie fasi che si ripetono ciclicamente. Attraverso dei macchinari: EEG (elettroencefalogramma) che rileva le onde cerebrali, EOG (elettroculogramma) che analizza i movimenti oculari, EMG (elettromiogramma) che misura la tensione muscolare, si possono identificare le varie fasi che attraversa il sognatore durante il sonno. Vediamo in dettaglio queste cinque fasi:

- Stadio W: Il soggetto è disteso nel letto, rilassato ma ancora vigile e si sta preparando ad addormentarsi. L’EEG registra in questo periodo onde Alfa mentre l’EOG mostra qualche isolato movimento oculare, l’EMG indica invece un moderato grado di tensione. Generalmente in questa fase di veglia si hanno vivaci fantasticherie.
- Stadio 1:
E’ uno stato molto leggero di sonno, caratterizzato da una variazione dell’EEG in cui le onde da Alfa vengono gradualmente sostituite da quelle a frequenza più bassa. L’EOG in questo caso rileva lenti movimenti oculari e l’EMG si comporta come nello Stadio W. Essere svegliati in questa fase porta a ricordare delle immagini “ipnagogiche” anche molto vivide e bizzarre. Lo Stadio 1 dura pochi minuti e quando si ha un altro cambiamento dell’EEG si entra nell’altro Stadio…
- Stadio 2:
L’EEG inizia a rilevare onde lente, di ampiezza relativamente alta (complessi K) e onde di 12-14 Hz (fusi del sonno). L’EOG indica in genere piccoli e scarsi movimenti oculari e l’EMG rileva un tono muscolare più attenuato. In questa fase si hanno dei sogni meno bizzarri del primo Stadio ma anche molto lunghi.
- Stadio 3:
Quando almeno il 20% dell’EEG è occupato dalle onde Delta (onde di grande ampiezza di 1-2 Hz) si entra nel terzo Stadio.
- Stadio 4:
Se più del 50% dell’EEG è occupato dale onde Delta si ha il quarto Stadio, il più profondo. Durante gli Stadi 3 e 4 l’EOG non mostra movimenti oculari, mentre l’EMG rileva tono muscolare basso anche se può tendere ad aumentare notevolmente. Generalmente il ricordo dei sogni, in caso di risveglio dopo questo stadio, è scarso e frammentato.
- Sonno REM:
Dopo circa un’ora e mezza, la progressione degli stadi del sonno si rovescia e si ritorna, passando dallo Stadio 4-3 e 2, allo Stadio 1. Da qui l’EEG rileva un’altra attività, il sonno REM (Rapid Eye Movements), dominato da movimenti oculari sempre via via più veloci e da un tono muscolare praticamente assente. La fase REM viene chiamata anche del “sonno attivo”, in contrasto con il “sonno tranquillo” delle fasi NREM (= Stadio dal 1 al 4). Svegliando un sognatore nella fase REM si rilevano sogni vivaci e particolareggiati. Il sonno REM è caratterizzato da una certa attività cerebrale simile alla veglia, il cuore tende a battere più forte e la respirazione si fa irregolare. Terminato il periodo REM si ritorna a seguire le fasi del sonno dallo Stadio 1 in poi…I periodi di sonno REM si ripetono in media 4 o 5 volte durante la notte, aumentando la loro lunghezza da 5/15 minuti (all’inizio del sonno) ad oltre 60 minuti (nella parte finale del sonno).

Varia di conseguenza anche il tempo che intercorre tra un sonno REM e l’atro: da 90 a 20 minuti. Con il trascorrere dei cicli di sonno, gli Stadio 3 e 4 tendono a diminuire, fino a scomparire a notte fonda. Rimangono così solo lo Stadio 2 e il sonno REM. Come si nota il 50% del periodo di sogno si concentra soprattutto nelle ultime due ore di sonno; dormendo un’ora in più del dovuto si sognerà quasi per tutto il periodo in aggiunta.

Le cinque caratteristiche dei sogni.

Anche se può sembrare strano l’attività onirica è stata paragonata ad alcune malattie psichiatriche, tipo la schizofrenia e la demenza organica. Nel sogno si possono identificare cinque aspetti caratterizzanti: allucinazione visiva e motoria, accettazione delirante di determinate esperienze come reali, distorsione spaziale e temporale, intense emozioni, amnesia della produzione onirica.
Le immagini che nascono durante i sogni non sono formate da informazioni sensoriali provenienti dall’esterno, ma da vivide allucinazioni soprattutto visive ed uditive: il soggetto vede e sente cose che non esistono. Ma non solo, questi segnali interni spesso sono organizzati in storie molto fantastiche ed incongruenti, ma il soggetto le percepisce come reali e logiche. Un sorta di delirio quindi, in cui fatti strani e bizzarri vengono ugualmente considerati veritieri anche se l’evidenza porta questi fenomeni fuori dall’ordinario. Nel sogno si avverte anche un’intensificazione delle emozioni tale da sfociare nel sentimento di angoscia, sorpresa, paura o euforia. Questo avviene perché vengono attivati i centri emotivi che si trovano del tronco cerebrale. I ricordi dei sogni sono spesso labili perché essi vengono memorizzati temporaneamente nel sistema molto fragile della memoria a breve termine, solo svegliandosi si ha la possibilità d’imprimere i ricordi onirici dentro una memoria più stabile e duratura.

Fonte: “I misteri del sonno”, Piero Angela, Mondadori 1994
“Sogni Coscienti”, LaBerge, Armenia Editore

COSA SONO I SOGNI LUCIDI?
dal sito www.sognilucidi.it

Si definisce “lucido” un sogno durante il quale ci si rende conto di stare sognando. Il termine “lucido” è stato coniato da Frederik van Eeden, e sta ad indicare la lucidità mentale che caratterizza tale stato di coscienza.

Molti di noi hanno avuto, senza rendersene conto, uno o più sogni lucidi nell’arco della propria vita. Ad esempio, non vi è mai capitato di svegliarvi da un sogno angosciante, proprio nel momento in cui vi eravate accorti che si trattava solo di un incubo? E’ un esempio molto comune di lucidità, ovvero dell’essersi resi conto di stare sognando, anche se per breve tempo e al solo scopo di sfuggire col risveglio da una situazione spiacevole.

Per chi non ne ha avuto uno, è difficile spiegare cosa rende il sogno lucido così diverso da un sogno normale. Innanzitutto, per tutta la sua durata si prova come una sensazione di entusiasmo irrefrenabile per l’incredibile nitidezza di ogni senso. Sembra impossibile, ma uno degli esperimenti più comuni durante i primi sogni lucidi è verificare le percezioni visive, tattili, uditive, dell’odorato e del gusto. Ogni senso sembra funzionare proprio come nella realtà. Anzi, decisamente meglio, visto che non esistono difetti fisici come la miopia, la sordità e via dicendo. Per questo nei miei sogni mi stupisco di riuscire a scorgere nei dettagli l’intero panorama, pur rendendomi conto di soffrire di miopia.

Un’altra differenza sostanziale è che nel sogno lucido è possibile ragionare e ricordare proprio come nello stato di veglia. Anche in questo caso, ci si può sorprendere di constatare che è possibile andare molto più in là; molti artisti e inventori, hanno spesso trovato nei sogni lucidi soluzioni insperate ai loro problemi di creatività.
E’ giusto chiarire che esistono vari livelli di lucidità. Spesso può capitare di divenire lucidi, ma di non rendersi conto completamente di tutte le implicazioni del caso. Alcune volte, pur sapendo d’essere in un sogno, ci si può scordare che i personaggi che si incontrano non sono altro che rappresentazioni oniriche delle persone reali. Quindi, interagendo con loro, senza accorgersene si risprofonda lentamente in un sogno comune.
Con un alto livello di lucidità, grazie all’esperienza, è possibile invece trattare l’intero mondo del sogno come frutto della creatività onirica della nostra mente, facendoci coinvolgere meno dalle situazioni che si sono venute a creare e creandole delle nuove con la sola forza di volontà.
Anche la capacità di controllo dei sogni è un’abilità da sviluppare parallelamente alla lucidità. Oltre a potersi muovere senza limitazioni, si può volare, cambiare e spostare oggetti, fino a passare da una scena all’altra a proprio piacimento.

I sogni lucidi in laboratorio: qualche prova

I sogni lucidi avvengono normalmente durante il sonno REM. Il sonno non è uno stato uniforme, ma è caratterizzato da una serie di stadi (1, 2, 3, 4, e REM) differenti per alcune caratteristiche fisiologiche. Il termine REM, deriva dall’inglese ‘Rapid Eyes Movements’ e significa ‘movimenti rapidi dell’occhio’. Gli stadi da 1 a 4 sono spesso denominati insieme sotto la definizione di sonno non-REM (NREM). Gli stadi 3 e 4 sono entrambi riferiti al sonno “Delta”, per l’ampiezza e la bassa frequenza (nde. Infrasuoni) delle onde cerebrali presenti in questa fase. Nonostante l’eccessiva semplificazione della complessità degli eventi fisiologici e mentali del sonno, le ricerche hanno dimostrato che i sogni più lucidi avvengono nel sonno REM. Questo stadio è caratterizzato dal cervello attivo, onde cerebrali di bassa ampiezza e varie frequenze, soppressione del tono scheletrico muscolare, incremento dei movimenti rapidi degli occhi, e occasionali piccoli impulsi muscolari.

Gli stadi del sonno si susseguono durante la notte. Il primo periodo REM avviene normalmente dopo un periodo di sonno delta, dopo circa 90 minuti all’inizio del sonno, per terminare dopo circa 5 o 20 minuti. I periodi REM avvengono circa ogni 90 minuti durante la notte, per arrivare agli ultimi periodi REM a intervalli sempre più brevi e con durata sempre maggiore, anche 60 minuti. Avviene molto più sonno REM durante la seconda metà della notte che nella prima.

Come si sa che i sogni lucidi accadono nel sonno REM? Il Dr. Stephen LaBerge e i suoi colleghi alla Stanford University l’hanno provato utilizzando come segnali volontari dei sognatori lucidi durante il sonno REM i movimenti oculari. La maggior parte dei muscoli del corpo sono paralizzati nel sonno REM per impedirci di agire all’esterno del sogno. Invece, visto che gli occhi non sono paralizzati, se si cerca deliberatamente di muovere gli occhi onirici in un sogno, anche quelli reali si muoveranno di conseguenza. I soggetti di LaBerge dormirono nel laboratorio mentre venivano registrate le misure standard del sonno fisiologico (onde cerebrali, tono muscolare e movimenti oculari). Non appena diventavano lucidi in un sogno, dovevano muovere i loro occhi in larghi movimenti da una parte all’altra, da destra a sinistra, nel modo più ampio possibile. Questo ha lasciato segni inconfondibili sulla registrazione fisiologica dei movimenti oculari. Le analisi dei tracciati hanno mostrato che in ogni caso, i segni dei movimenti oculari avvenivano senza ombra di dubbio nel bel mezzo del sonno REM. LaBerge ha svolto vari esperimenti sui sogni lucidi usando il metodo dei segnali del movimenti oculari, dimostrando interessanti connessioni tra le azioni sognate e relative risposte fisiologiche. Alcuni sono descritti nei suoi libri…

Le domante più frequenti per capire i sogni coscienti

Cos’è un “sogno lucido”?

La definizione generale del sogno lucido è che questo sia quel sogno in cui il sognatore è consapevole di star sognando, divenendo in questo modo capace di controllarne gli eventi onirici a piacimento. Avete presente i vostri “normali” sogni notturni? Ebbene immaginate che durante uno di essi vi accorgiate di essere dentro un sogno, di stare sognando, guardando stupiti e increduli lo scenario intorno a voi. La prima esclamazione che viene è: “Ma questo è un sogno! Io sto sognando!!”. Da lì si schiude un’infinità di possibilità: diventare coscienti di sognare vi dona il potere di cambiare i personaggi e la trama onirica come meglio credete e volete. Da ora in poi sarete voi a decidere cosa fare nel sogno.

Chi ha coniato il termine “Sogni lucidi”?

Si definisce “lucido” un sogno durante il quale ci si rende conto di stare sognando. Il termine “lucido” è stato coniato da Frederik van Eeden all’inizio del ‘900, e sta ad indicare la lucidità mentale che caratterizza tale stato di coscienza.

Un pò di storia sui sogni lucidi

Aristotele è stato, a quanto sembra, il primo ad interessarsi dei sogni lucidi, nella nostra cultura occidentale. Egli sosteneva che il sognatore può accorgersi di stare sognando attraverso le sensazioni fisiche che prova. Nel 415 sant’Agostino discusse la possibilità di avere sogni lucidi e ne portò come testimonianza uno fatto da un certo medico di Cartagine.
Ma la tradizione più antica e profonda sui sogni lucidi la troviamo in oriente, dove il sistema religioso-filosofico del Buddismo tibetano ha fatto di questi sogni un caposaldo della percezione della realtà, intesa come sogno. In Oriente la pratica del sogno lucido viene sperimentata per diventare coscienti dell’illusione dei propri contenuti onirici al fine di portare tale sensazione anche nello stato di veglia. Essi infatti sostengono che la vita è un’illusione.
Nel tredicesimo secolo san Tommaso d’Aquino menzionò i sogni lucidi citando Aristotele e aggiunse che questi hanno luogo in special modo “verso la fine del periodo del sonno, negli uomini sobri e in quelli che sono dotati di grande immaginazione”.
Nel diciassettesimo secolo il filosofo Gassendi, poté sperimentare in prima persona i sogni lucidi dandone un interessante resoconto soprattutto del momento critico in cui ci si accorge di stare sognando.
Molto importante su lo studio fatto dal marchese d’Hervey de Saint-Denys che nel 1867 pubblico il suo libro sui sogni lucidi, dove furono riportati vent’anni di ricerca ed esperimenti sui sogni coscienti fatti anche direttamente da lui. Friedrich Nietzsche nel diciannovesimo secolo ebbe anche lui sogni lucidi, anche se ancora in quel secolo questo tipo di sogni non era entrato nel campo della ricerca scientifica.

Nel ventesimo secolo si ha un aumento dei contributi nello studio dei sogni lucidi. Willen Frederik van Eden fu il primo a condurre una ricerca seria e sistematica sul sonno. Lo scrittore dell’occulto Oliver Fox chiamo questo tipo di sogni “sogni di conoscenza”, perché in tale stato si ha la conoscenza di essere svegli durante il proprio sogno. Negli anni venti, Ram Narayana face compilare un questionario sull’argomento dei sogni ad individui sia occidentali che orientali. Si scoprì così che la conoscenza sui sogni lucidi era più diffusa negli individui orientali. Nel periodo tra le due guerre, comparvero su riviste scientifiche due articoli sull’argomento: il primo nel 1936 di A. E. Brown, il quale affermava di aver avuto circa cento esperienze; il secondo nel 1938 in Germania di Harold von Moers-Messmer.
Il primo testo di riferimento dei nostri giorni è apparso nel 1968 ad opera di Celia Green. Questo libro rappresenta una elaborazione attenta e sistematica delle conoscenze sviluppate dai precedenti autori che si sono occupati del fenomeno.
Negli ultimi venti anni l’argomento è divenuto sempre più presente all’attenzione sia scientifica che popolare. Le pubblicazioni scientifiche sono divenute numerose in seguito all’ingresso del sogno lucido all’interno del “laboratorio del sonno”. Negli anni settanta due ricercatori hanno fornito prove sperimentali del sogno lucido. Lavorando indipendentemente, Alan Worsley in Gran Bretagna e Stephen LaBerge in California, hanno imparato a sognare lucidamente. Mentre venivano monitorati elettrofisiologicamente in un “laboratorio del sonno”, segnalavano, attraverso i movimenti oculari, che stavano sognando consapevolmente. Per la prima volta nella storia qualcuno aveva mandato un segnale dal mondo dei sogni mentre stava ancora sognando. Da allora la ricerca sul sogno non è stata più la stessa. In particolare LaBerge, direttore del “laboratorio del sonno” più famoso del mondo (Lucidity Institute), è diventato famoso per i suoi esperimenti nell’ambito dei sogni lucidi e per l’invenzione di apparecchi elettronici per l’induzione degli stessi.

Cosa hanno di diverso i sogni lucidi rispetto ai sogni normali?

Per chi non ne ha avuto uno, è difficile spiegare cosa rende il sogno lucido così diverso da un sogno normale. Innanzitutto, per tutta la sua durata si prova come una sensazione di entusiasmo irrefrenabile per l’incredibile nitidezza di ogni senso. Sembra impossibile, ma uno degli esperimenti più comuni durante i primi sogni lucidi è verificare le percezioni visive, tattili, uditive, dell’odorato e del gusto. Ogni senso sembra funzionare proprio come nella realtà. Anzi, decisamente meglio, visto che non esistono difetti fisici come la miopia, la sordità e via dicendo. Per questo nei miei sogni mi stupisco di riuscire a veder nei dettagli del panorama, pur essendo miope. Un’altra differenza sostanziale è che nel sogno lucido è possibile ragionare e ricordare proprio come nello stato di veglia. Anche in questo caso, ci si può sorprendere di constatare che è possibile andare molto più in là; molti artisti e inventori, hanno spesso trovato nei sogni lucidi soluzioni insperate ai loro problemi di creatività.

Quante persone sognano lucido?

Molti di noi hanno avuto, senza rendersene conto, uno o più sogni lucidi nell’arco della propria vita. Ad esempio, non vi è mai capitato di svegliarvi da un sogno angosciante, proprio nel momento in cui vi eravate accorti che si trattava solo di un incubo? E’ un esempio molto comune di lucidità, ovvero dell’essersi resi conto di stare sognando, anche se per breve tempo e al solo scopo di sfuggire col risveglio da una situazione spiacevole. Le statistiche dicono che solo il 10-20% della popolazione ha sogni lucidi spontanei. Ci sono però delle tecniche mentali che possono aiutare ad avere sogni lucidi. Purtroppo non esiste una formula magica per indurre questo tipo di sogni, quindi ci vuole tempo, costanza e voglia di farcela: con queste premesse si avranno sicuramente prima o poi sogni lucidi.

Esistono vari tipi di sogni lucidi?

E’ giusto chiarire che esistono vari livelli di lucidità. Spesso può capitare di divenire lucidi, ma di non rendersi conto completamente di tutte le implicazioni del caso. Alcune volte, pur sapendo d’essere in un sogno, ci si può scordare che i personaggi che si incontrano non sono altro che rappresentazioni oniriche delle persone reali. Quindi, interagendo con loro, senza accorgersene si risprofonda lentamente in un sogno comune. Con un alto livello di lucidità, grazie all’esperienza, è possibile invece trattare l’intero mondo del sogno come frutto della creatività onirica della nostra mente, facendoci coinvolgere meno dalle situazioni che si sono venute a creare e creandone delle nuove con la sola forza di volontà. Anche la capacità di controllo dei sogni è un’abilità da sviluppare parallelamente alla lucidità. Oltre a potersi muovere senza limitazioni, si può volare, cambiare e spostare oggetti, fino a passare da una scena all’altra a proprio piacimento.

A cosa servono i sogni lucidi?

Dopo aver sentito parlare dei sogni lucidi per la prima volta, la gente spesso chiede: “Perché dovrei cercare di avere sogni lucidi? Cosa mi permetterebbero di fare?”. Se si considera che nei sogni, rendendosi conto di stare sognando, si è per principio liberi di fare qualsiasi cosa, essendo limitati solo dalla propria abilità di immaginare – non dalla legge, dalla fisica e dalla società – quindi la risposta a queste domande è: qualsiasi cosa estremamente semplice o straordinariamente complessa. E’ facile fornire esempi di cosa hanno ottenuto persone con i sogni lucidi che dare una risposta definitiva ai suoi usi potenziali. La prima cosa che attrae la gente ai sogni lucidi è spesso il potenziale d’avventura e fantasia che possono contenere. Volare è uno dei piaceri più comuni nei sogni lucidi, come il sesso. Molte persone dicono che il loro primo sogno lucido è stata l’esperienza più meravigliosa della loro vita. Una larga parte dello straordinario piacere dei sogni lucidi deriva dall’incontrollabile sensazione di libertà che accompagna il rendersi conto d’essere in un sogno, dove non ci sono conseguenze fisiche né sociali alle proprie azioni.

I sogni lucidi vengono utilizzati dalle persone che hanno incubi ricorrenti perché in essi il sognatore è in grado di controllare le immagini negative, trasformandole. I mostri spesso mutano in creature benigne, amici o conchiglie vuote quando affrontati con coraggio nei sogni lucidi. Questa è un’esperienza estremamente rinforzante. Insegna in maniera viscerale che si può domare la paura e divenire così più forti.
I sogni lucidi possono anche aiutare le persone a raggiungere obiettivi nelle loro vita. Alcune di queste applicazioni includono: simulazione e preparazione (provare nuovi piacere, praticarli o migliore qualità atletiche), risoluzione creativa di problemi, ispirazione artistica, superare problemi sessuali e sociali, migliorare i rapporti con le persone, e guarigione fisica. La possibilità di accelerare la guarigione fisica, suggerita inizialmente da sognatori lucidi, è divenuta realtà grazie alla ricerca, e diviene una ragione tremendamente importate per sviluppare le capacità d’essere lucidi nei sogni.

In quale fase del sonno avvengo i sogni lucidi?

Il Dr. Stephen LaBerge e i suoi colleghi alla Stanford University hanno condottoi loro esperimenti utilizzando, come segnali volontari dei sognatori lucidi durante il sonno REM (Rapid Eyes Movements), i movimenti oculari. La maggior parte dei muscoli del corpo sono paralizzati nel sonno REM per impedirci di agire all’esterno del sogno. Invece, visto che gli occhi no sono paralizzati, se si cerca deliberatamente di muovere gli occhi onirici in un sogno, anche quelli reali si muoveranno di conseguenza. I soggetti di LaBerge dormirono nel laboratorio mentre venivano registrate le misure standard del sonno fisiologico (onde cerebrali, tono muscolare e movimenti oculari). Non appena diventavano lucidi in un sogno, dovevano muovere i loro occhi in larghi movimenti da una parte all’altra, da destra a sinistra, nel modo più ampio possibile. Questo ha lasciato segni inconfondibili sulla registrazione fisiologica dei movimenti oculari. Le analisi dei tracciati hanno mostrato che in ogni caso, i segni dei movimenti oculari avvenivano senza ombra di dubbio nel bel mezzo del sonno REM. LaBerge ha svolto vari esperimenti sui sogni lucidi usando il metodo dei segnali del movimenti oculari, dimostrando interessanti connessioni tra le azioni sognate e relative risposte fisiologiche. Alcuni sono descritti nei suoi libri (vedi sezione Recenzioni).

Correlazioni tra corpo onirico e corpo fisico

Grazie ai laboratori del sonno e a volontari molto bravi ad avere sogni lucidi spontaneamente, si sono potuti scoprire vari aspetti che legano il corpo onirico, che si trova dentro il sogno, a quello reale che dorme sul letto. Da questi dati si può intuire che le esperienze vissute durante un sogno lucido, determinano effetti simili a quelli che le stesse esperienze producono durante la veglia. Forse per il nostro cervello sognare di fare qualcosa o farlo veramente è la stessa cosa.

- Durata dei sogni: Si è scoperto che la durata dei sogni lucidi è molto simile a quella reale. LaBerge ha chiesto a uno dei suoi volontari di contare fino a 10 nel sogno lucido, segnalando con i movimenti oculari (che sono rilevabili da uno strumento) quando iniziava a contare e quando terminava di farlo. L’intervallo medio rilevato nella realtà è stato di 13 secondi; si è arrivati così alla conclusione che il tempo nei sogni lucidi è molto simile, se non uguale, a quello della realtà.

- Movimenti del corpo: Alcuni esperimenti hanno dimostrato che ad un’attività premeditata, nel sogno, corrisponde un movimento analogo dei muscoli reali impiegati nella medesima attività. Muovere nel sogno l’avambraccio in genere produce una minima contrazione su quello del proprio corpo fisico. La stessa cosa avviene per i movimenti oculari, che seguono quelli del corpo onirico. Se un sognatore lucido ruota i suoi occhi onirici sulla destra, i corrispondenti occhi fisici fanno lo stesso.

- Respirazione: LaBerge ha dimostrato che la respirazione durante un sogno lucido influenza quella del corpo fisico mentre dorme. Se durante il sogno si trattiene il fiato, il corpo fisico entra in apnea. La stessa cosa succede se durante il sogno si varia l’intensità del respiro.

- Contare e cantare: Il contare e cantare sono due attività gestite in maniera differente dal cervello, la prima dall’emisfero sinistro, la seconda da quello destro. Laberge ha dimostrato che durante un sogno lucido il contare o cantare attivano nel cervello le stesse zone che sono interessate nella realtà.

- Attività sessuale: Durante i sogni lucidi si possono provare orgasmi simili a quelli che si hanno nella veglia. Anche qui si sono fatti esperimenti. L’orgasmo fisico è stato raggiunto da una volontaria di LaBerge durante un sogno lucido mentre era monitorata, cosa che invece non è avvenuta (nessuna eiaculazione) a due altri volontari di sesso maschile, anche se hanno riferito di aver provato forti sensazioni.

Un approccio psicofisiologico ai sogni lucidi

Per coloro i quali hanno delle domande su che cosa siano i sogni e soprattutto i sogni lucidi un approccio psciofisiologico è un buon punto di partenza.
Solo un piccolo numero di persone riesce a sognare lucidamente volontariamente; la percentuale di sogni lucidi può essere maggiore in determinate culture o gruppi che praticano tradizioni spirituali come lo scamanesimo, il taoismo, il buddismo, lo yoga tibetano e discipline specifiche che hanno come scopo il raggiungimento della consapevolezza.
La spiegazione fisiologica del sonno e dei sogni sono state approfondite attraverso lo studio e l’interpretazione dell’ EEG (elettroencefalogramma), uno strumento che misura l’attività delle onde del cervello, o specificamente, l’attività degli impulsi elettrici neuronali. Altri apparecchi invece sono in grado di misurare il tono muscolare e il movimento oculare.
Alcuni sognatori possono entrare consapevolmente nella fase di sonno REM, di solito dopo un risveglio o un sonnellino diurno. Le ultime due ore di sonno contengono la più grande quantità di sonno REM, e sono di solito questi i sogni che noi possiamo più prontamente richiamare alla memoria dopo il risveglio.

Quindi, qual’è il significato biologico e la funzione evoluzionistica del sonno REM? Si sa che il ritmo delle onde Theta del cervello è associato al sonno REM. La porzione d’ippocampo della parte più interna del cervello è la fonte delle onde Theta e sembra essere generato in tutti i mammiferi durante le fasi cruciali dell’apprendimento. Un’altra osservazione interessante riguarda la quantità di tempo trascorso nel ciclo REM del sonno, nei neonati e nei bambini molto piccoli, suggerendo che l’attività del sogno è connessa all’apprendimento e all’immagazzinamento di informazioni. I sogni lucidi si verificano nella fase di sonno REM. Questo tipo di sogni sono caratterizzati da una più alta attività del Sistema Nervoso Centrale, rispetto al normale sonno REM. Normalmente nel sonno REM la facoltà critica del cervello è disattivata; più specificamente i neuroni aminergici sono ai loro livelli più bassi in questo tipo di sonno. I neurotrasmettitori, responsabili dell’attivazione dei neuroni aminergici sono in qualche modo inibiti, o più precisamente, messi da parte per il giorno successivo. Questi neurotrasmettitori sono associati all’attenzione critica e a scopi di apprendimento. La loro assenza, arresto o inibizione si trova in perfetto accordo con quello che accade nei sogni non lucidi: dove si accolgono ciecamente eventi bizzarri, strani ed inusuali. Normalmente, quando i neuroni aminergici sono inibiti durante la fase REM, anche il tono muscolare è inibito o paralizzato. Ma in qualche modo nei sogni lucidi, i neuroni aminergici durante la fase REM – e da qui la facoltà critica – sono attivi, mentre la paralisi muscolare permane. Il Dr LaBerge ha messo in evidenza che i sognatori lucidi sono in grado di agire riflessivamente, sentendosi liberi dagli obblighi delle abitudini. Visto sotto questa luce, il sogno lucido non sembra essere per niente una semplice anormalità, ma forse rappresenta una più alta funzione adattiva, il prodotto più avanzato di milioni di anni di evoluzione biologica.

Fonti: www.sognilucidi.net – www.sognolucido.cjb.net – Eve Frances Lorgen

Sonno e Sogni 23 Settembre 2006

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Sonno e Sogni

Sommando le ore che nell’arco di tutta una vita dedichiamo al sonno, ne risulta che complessivamente trascorriamo 23 anni a dormire e ne impieghiamo ben quattro sognando.

Dormire non è tempo perso, ma un processo, biologico e psicologico assieme, utile per il nostro benessere e per la nostra salute.

Come il cibo e la sessualità, il sonno è una necessità istintuale dell’uomo. Un terzo della nostra vita lo passiamo dormendo. Un buon sonno è sempre legato a molte abitudini: un determinato letto, una certa posizione, un determinato orario, ecc. Un cambiamento di queste abitudini porta spesso a turbative del sonno.

Il sonno è un fenomeno particolare. Tutti siamo capaci di dormire senza aver imparato, e tuttavia non sappiamo come funziona la cosa. Desideriamo il sonno, e tuttavia a volte abbiamo la sensazione che qualcosa ci minacci dal mondo del sonno e del sogno. Da dove viene il convincimento che la vita che conduciamo di giorno sia più vera e più reale della nostra vita onirica? Chi ci autorizza a dire che si tratta soltanto di sogni? Ogni esperienza che fa la coscienza è sempre vera, sia che la si chiami realtà, sogno o fantasia. Sogno e veglia, coscienza notturna e diurna sono polarità e si compensano reciprocamente. La voce popolare definisce il sonno come il fratello minore della morte. Ogni volta che dormiamo ci esercitiamo a morire. Addormentarsi presuppone allentamento da ogni controllo, da ogni intenzione, da ogni attività, richiede da noi disponibilità e fiducia, capacità di abbandonarsi a ciò che è sconosciuto. Non è possibile addormentarsi attraverso la costrizione, l’autocontrollo, la volontà e lo sforzo. Ogni volontà attiva è il modo più sicuro di impedire il sonno. Noi possiamo solo creare le premesse più favorevoli per il sonno, ma poi dobbiamo aspettare pazientemente che il sonno decida a scendere su di noi. Tutto ciò che il sonno (e la morte) esigono da noi, non rientra nelle abilità dell’uomo.
Abbiamo paura del sentimento, dell’irrazionale, dell’ombra, dell’inconscio, del male, del buio, della morte. Ci teniamo spasmodicamente aggrappati al nostro intelletto e alla nostra coscienza diurna, con cui crediamo di poter vedere tutto. Se poi arriva il comando di “abbandonarsi”, emerge la paura. Così come la notte fa parte del giorno, anche l’ombra fa parte di noi e la morte fa parte della vita. Il sonno ci porta quotidianamente a questa soglia tra aldiquà e aldilà, ci conduce nelle zone d’ombra e notturne della nostra anima, ci fa vivere nel sogno quello che non abbiamo vissuto e ci rimette di nuovo in equilibrio.
Chi soffre di insonnia, o meglio di difficoltà ad addormentarsi, ha difficoltà e paura di lasciare il proprio controllo consapevole e di affidarsi al proprio inconscio. L’insonne manca di fiducia e di capacità di abbandonarsi, si identifica troppo con il suo ruolo di persona attiva e non riesce ad abbandonarsi. Sogno e orgasmo sono piccole morti e vengono vissuti come pericolo dall’uomo che ha una forte identificazione col proprio Io. Ogni monotonia annoia l’emisfero sinistro e l’induce ad abbandonare il suo predominio. Tutte le tecniche di meditazione utilizzano questa regola: la concentrazione su un punto o sul respiro, la ripetizione di un mantra, portano al passaggio dell’emisfero sinistro a quello destro, dal lato diurno a quello notturno, dall’attività alla passività.
Un eccessivo bisogno di dormire indica una problematica opposta. Chi, sebbene abbia dormito a sufficienza, ha difficoltà a svegliarsi e ad alzarsi, dovrebbe prendere atto della propria paura ad affrontare il giorno, l’attività e di doveri quotidiani. Svegliarsi e cominciare una nuova giornata significa diventare attivi, agire e assumersi delle responsabilità. Come l’addormentarsi è in rapporto con la morte, lo svegliarsi è una piccola nascita. Il problema è sempre nell’unilateralità, la soluzione è al centro, nell’equilibrio, nel sia-sia. Soltanto qui si capisce che la nascita e morte sono una cosa sola.

Domande da porsi nel caso d’insonnia:
1) Fino a che punto sono dipendente da potere, controllo, intelletto?
2) So abbandonarmi?
3) Mi preoccupo del lato oscuro della mia anima?
4) Come è grande la mia paura della morte?
Domande da porsi nel caso di eccessivo bisogno di dormire:
1) Rifuggo dall’attività, dalla responsabilità e dalla presa di coscienza?
2) Vivo nel mondo dei sogni e ho paura di destarmi alla realtà?

Tratto da Malattia e Destino il valore e il messaggio della malattia Thorwald Dethlefsen Ed. Mediterranee

Il Sogno come esplorazione degli abissi dell’anima
Il sonno, dona all’uomo il ristoro del corpo e la magia dei sogni. Imparando ad ascoltare la voce del sogno, che proviene dai livelli più profondi della nostra anima, è possibile raggiungere un’autoconoscenza. In altre parole, apprendere informazioni su di noi che celiamo a noi stessi. I sogni, anche quelli più angosciosi, costituiscono un importante patrimonio interiore.

Il merito storico di Sigmund Freud fu di assegnare al sogno un significato psicologico, individuabile attraverso il lavoro analitico dell’interpretazione, concependo il sogno come il risultato di un processo psichico.
Secondo Freud è dall’inconscio dell’ individuo che si originano i sogni. L’inconscio esprime essenzialmente desideri, che nel sogno trovano una loro “realizzazione allucinatoria”. Il sogno è quindi la rappresentazione dell’ appagamento mascherato di desideri repressi in un modo tale, e tramite immagini, che assicurano che loro intima natura non sia svelata.

Secondo, Carl Gustav Jung, i sogni potevano essere letti col metodo prospettico, con uno sguardo sul futuro, il che consentì a Jung di osservare nel vissuto onirico, le linee di sviluppo della crescita psicologica, a partire dalla potenzialità che nel sogno si manifestino “cose non ancora realizzate”.

Un’altra differenza rispetto al modello freudiano, sta nel fatto che, secondo Jung, il sogno può rappresentare oltre che contenuti dell’inconscio personale, anche temi propri dell’ inconscio collettivo, intesi come parte della nostra psiche che conserva simboli universali detti archetipi che non provengono da acquisizioni personali, ma che sono ereditati dalla specie, come risultato della storia dell’umanità a partire dalle origini. Secondo la concezione junghiana all’ inconscio collettivo vanno ascritte la produzione dei miti, delle idee religiose, delle visioni e dei sogni, poiché persone di culture differenti possono spontaneamente attingere da un comune immaginario simbolico. Jung scrive trattarsi di “grandi sogni”, ossia di sogni ricchi di significato che provengono da questo strato più profondo della psiche.

E’ necessario puntualizzare che Jung fu particolarmente interessato al Buddismo e alle filosofie orientali, tanto da indurlo a scrivere la prefazione alla prima traduzione occidentale del classico buddista “Il libro tibetano dei morti “ (Il Bardo Thodol). Da questa prima traduzione, ricca purtroppo di termini impropri, quale quello di “mente unica” al posto di “natura della mente pura dalle origini”, Jung giunse ad un’interpretazione erronea associata all’incoscio, da cui appunto “inconscio collettivo”.
Potremmo quindi definire il sogno di tipo Junghiano come “sogni del Sé”, e di “sogni dell’ Io”, freudiani. Il “sogno del Sé” di solito è un tipo di sogno che compare a colori, che ha un’ evidenza netta, non si fa fatica a ricordarlo al risveglio; ma, è il sogno che si impone alla coscienza. Invece i sogni dell’ Io hanno a che fare con la pulsionalità, col desiderio, con l’aggressività. In questi compaiono anche figure importanti della nostra vita ordinaria, figure genitoriali, amici, parenti, … in questo caso però, per quanto il sogno possa essere significativo, non ha mai quel valore di orientamento che hanno i sogni del Sé, e non hanno soprattutto quell’evidenza sensoriale, quel vero e proprio effetto numinoso di cui parla Jung.

Il sogno può anche servire per trovare risposte originali a dei problemi: il metodo dell’ “incubazione onirica” consiste nel formulare in modo chiaro la domanda al nostro inconscio e al risveglio annotare i contenuti emersi dal sogno.
Ogni singolo individuo è creatore di un personalissimo “dizionario dei simboli”, pur considerando che esistono dei simboli comuni a tutti gli individui. Se ne citano un paio, come ad esempio:
AUTOMOBILE E MEZZI DI TRASPORTO= rappresentano il desiderio di guidare la nostra vita; complicazioni nella guida o nello sterzo esprimono ansia circa l’autocontrollo; problemi con i fari o i tergicristalli difficoltà relative al conoscere dove si sta andando.
CASA= rappresenta la psiche del sognatore: consiste di stanze e piani con funzioni differenti; la facciata sarebbe la nostra maschera sociale, l’apparenza; la cantina rappresenta l’inconscio; la cucina i processi di trasformazione e di “digestione psichica” delle esperienze; la soffitta il piano spirituale; il tetto la coscienza.

C’è un particolarissimo tipo di esperienze psicologiche che si verificano durante lo stato di sonno, che implicano una conoscenza per via extrasensoriale di pensieri o avvenimenti esterni al sognatore. La percezione extrasensoriale, come il sogno, è un processo intrinseco alla natura umana: rivela la conoscenza inconscia che l’uomo ha di se stesso e del suo rapporto col mondo. Lo “stato mentale” nel quale più frequentemente si manifestano facoltà di tipo extrasensoriale, è il sogno. Si tratta di esperienze, che dimostrerebbero la possibilità che i sogni rivelino eventi che si svolgono a distanza, e che non si sarebbero potuti immaginare basandosi sulla logica o sul buon senso.
Le persone riconoscono questi sogni differenti da quelli ordinari, in ragione di una loro peculiare vividezza, impressione ed intensità; il sognatore sente che essi hanno un significato importante e si sente spinto a raccontarlo; sono vissuti onirici facilmente rievocati al risveglio, frequentemente segnalano episodi inattesi o tragici ed infine non presentano quella bizzarria e quella dinamicità da una scena all’altra tipici dei sogni comuni.
Si potrebbe supporre che questo sia il mezzo originario, arcaico, di comunicazione fra gli individui, e che, nel corso dell’evoluzione filogenetica, esso sia stato soppiantato dal metodo migliore di comunicazione, che si avvale dei segni che gli organi di senso sono in grado di captare, ma il metodo arcaico potrebbe rimanere, in fondo, conservato, e farsi ancora valere in date condizioni. Questa tipologia di sogni rivelerebbero le vestigia di questa modalità originaria di comunicazione fra gli uomini, superando la barriera delle separate individualità.

I sogni hanno ispirato anche importanti progressi scientifici. Il più celebre fra tutti è la scoperta della struttura molecolare del benzene da parte di Kekule, che in uno stato di dormiveglia vide gruppi di atomi di grandezze diverse contorcersi come serpenti. Da questo sogno-intuizione ne risultò appunto la sua scoperta scientifica.
Anche la teoria della relatività di Albert Einstein ebbe parzialmente origine in sogno.
I sogni possono annunciare in anticipo, in maniera più o meno simbolica, l’insorgenza o lo sviluppo delle malattie, o di altri processi fisiologici. Questi sogni, però, non rappresentano presagi di malattie future, ma segnalano disturbi già esistenti – ma, non avvertiti dalla coscienza.
Già Ippocrate, Aristotele e Galeno credevano a questi sogni prodromici e li spiegavano dicendo che il sogno è come se amplificasse le sensazioni. Se pensiamo agli studi sul sonno che ci derivano dalla medicina taoista, o da quella ayurveda, scopriamo che il loro grande segreto era come far parlare coscientemente l’organo. Molto spesso si scopre con stupore una netta corrispondenza tra il vissuto del corpo e l’analogo psichico, nel sogno. Nella medicina cinese abbiamo la legge dei cinque elementi: fegato, cuore, milza, polmone e rene, dove ad ogni organo è associato uno stato psichico corrispondente. Così per esempio possiamo dire che i sogni dominati dall’elemento-archetipo cuore, sono tutti sogni che hanno una fisionomia di questo tipo: sono sogni in cui compaiono elementi associati al tema archetipico del calore, o eventi legati a fantasie-immagini del fuoco; all’opposto i sogni del rene sono dominati dal tema delle acque, come il sognare di fare bagni nell’acqua buia, eccetera.

Addentrandoci in altre culture, come per esempio per i nativi americani appartenenti alle tribù, Crow, Blackfoot, Kwakiutl e Winnebago, essi riportano descrizioni di sogni nei quali un animale, un uccello, o un serpente insegnavano metodi di cura che, al risveglio, una volta applicati, si erano dimostrati efficaci per la guarigione.
All’interno delle culture animistiche, non è netta la distinzione fra la realtà del vivere quotidiano e il sogno. Ad esempio, gli aborigeni australiani parlano del “tempo del sogno”, come di una dimensione che ha valore, tanto quanto ciò che noi definiamo “la realtà”, e tutta quella dimensione onirica acquisisce un significato più forte di quanto possa assumere all’interno della nostra cultura occidentale.

Il fenomeno dei “sogni lucidi” esiste nella letteratura, da migliaia di anni. Aristotele ad esempio, fece la seguente affermazione: “perché spesso quando si dorme c’è qualcosa nella coscienza che ci dice che quello che è presente davanti a noi è solo un sogno”.

Nelle cosiddette mistiche superiori, riscontriamo che in uno dei più vecchi testi della tradizione induista, come le Upanishad, sia fatto specifico riferimento alla condizione di sonno-sogno, attraverso cui l’essere si trasferisce dal mondo manifesto a quello immanifesto o dei .

Degno di attenzione quanto espresso nella “Brihad-Aranyaka Upanishad” a proposito dello stato di sonno-sogno:

- Ajatasatru disse: >

Da millenni appunto, nell’Induismo, nel Buddismo, nel Taoismo e nelle culture tradizionali di tutto il mondo è stata dimostrata l’esistenza di una classe di esperienze oniriche che hanno favorito l’evoluzione del progresso culturale e religioso dell’umanità. Sempre da tempi molto antichi, inoltre, sono ben documentate sia la possibilità di sviluppare la consapevolezza del sogno, per ottenere esperienze profonde e ispirazione, sia la capacità di controllare il sogno stesso.

L’insegnamento del Dzogchen è molto interessato alle esperienze del sogno e a tutti i fenomeni ad esso correlati nonché la prescienza (preveggenza). Alcuni metodi, tra cui anche lo “Yoga del sogno” sono impiegati per sviluppare una maggiore consapevolezza allo scopo ultimo di conseguire la liberazione.
Secondo l’insegnamento Dzogchen i sogni possono essere raggruppati in due categorie: i sogni di tipo più comune, causati dalle tracce karmiche – “sogni karmici” – e i sogni che rilevano un’opportunità di accesso alla dimensione spirituale – “sogni di chiarezza”.
I sogni di tipo karmico possono risalire ad una vita passata, alla giovinezza e al passato più recente della persona.
Nella tradizione della medicina tibetana, un medico che indaga le origini di una malattia considererà anche a quale di questi tre stati di esistenza si riferiscono i sogni del malato. A volte, se una persona è affetta da una grave malattia molto difficile da curare, ciò può essere dovuto a cause karmiche risalenti all’infanzia, o persino a una vita passata; ma, una malattia può anche scaturire da una causa karmica maturata in base ad azioni recenti. Perciò, in questi casi, l’esame dei sogni è uno dei mezzi più importanti per analizzare e individuare le cause primarie e secondarie del problema.
Nei sogni condizionati dalle tracce karmiche, possono apparire cose sconosciute delle quali non si è avuta esperienza in questa vita, come visioni di altri paesi, o di gente dalle usanze e dalla lingua ignote.

Per alcuni individui, i “sogni di chiarezza” sorgono spontaneamente dalla limpidezza della mente, senza la necessità di applicare metodi secondari per rilassare il corpo, o controllare l’energia.

Lo “Yoga del sogno” riguarda fondamentalmente lo stato che precede il sogno. Se siete persone di natura agitata, prima di andare a letto potete fare alcuni esercizi di respirazione profonda per regolare il flusso del respiro e calmarvi. Quindi concentratevi sulla lettera -A-, immaginandola di colore bianco, in modo che, visualizzandola automaticamente, riconosciate il suo suono. Questo simbolo rappresenta l’unificazione dello stato di coscienza di tutti i vostri maestri.
Se non riuscite a concentrare e a visualizzare questa lettera, il problema può essere che non siate in grado di ; in questo caso, scrivete una -A- su un foglio di carta, ponetela di fronte a voi e fissatela un po’. Quindi, chiudete gli occhi, e questa -A- apparirà immediatamente alla vostra mente. Cercate di rilassarvi senza mai abbandonare la -A- sino a che non ci si addormenta.
Con questa visualizzazione si utilizza l’attività mentale allo scopo di raggiungere, infine, uno stato che trascende la mente. E’ ugualmente molto importante ricordare la pratica della -A- bianca nel momento in cui vi svegliate al mattino.
Se possibile, intonate subito il suono -AAAA-. Se non potete farlo perché qualcuno dorme accanto a voi, è sufficiente esalare il respiro con il suono -AAAAA- in modo da potervi udire e sentire la presenza della -A- bianca. Ricordando la -A- bianca al mattino e poi concentrandola di nuovo alla sera, si viene a creare una specie di connessione, o continuità di presenza.
La visualizzazione della -A- nella gola, è particolarmente adatta per ricordare i sogni, e ha la specifica funzione di controllare l’energia e la chiarezza. Quando si visualizza la -A- bianca nel cuore, si lavora nel principio della luce naturale.

Se avete avuto una giornata particolarmente faticosa e, tornati a casa, vi è rimasta solo l’energia per mangiare e andare a letto, cadrete in un sonno pesante, e molto difficilmente si manifesteranno sogni di chiarezza. A causa del sonno pesante, inoltre, potrà risultare difficile persino ricordare i sogni. Tuttavia, avvicinandosi all’alba, appena prima del risveglio, i vostri sogni possono diventare più chiari.
Un sogno associato alla chiarezza può avere un significato particolare per il sognatore. Può indicare molte cose.
Quando si sviluppa la chiarezza è molto facile avere particolari manifestazioni durante il sogno, come per esempio scoprire qualcosa riguardante il futuro.
I sogni di chiarezza sono legati alla nostra saggezza innata, ai semi karmici che abbiamo prodotto attraverso l’esperienza della meditazione e alle azioni positive svolte anche nella nostra attività quotidiana. Vi sono altri sogni legati alla chiarezza nei quali è possibile fare molte cose, come studiare, leggere, o apprendere. Una persona che riceve una “trasmissione”, anche se in quel momento non ha la capacità di comprendere, in futuro prima o poi scoprirà il significato dell’insegnamento.

I sogni, in conclusione, sono parte della nostra vita. Nella vita abbiamo il giorno e la notte. Di notte abbiamo confusione nei sogni; di giorno abbiamo confusione nella mente; giudichiamo, pensiamo, creiamo tante cose. Mantenere la consapevolezza nello stato del sogno, significa continuare la stessa presenza che abbiamo durante il giorno, e, con la pratica, farla progredire.
Ritornerà così ad essere unica la relazione originaria all’interno dell’individuo, o lo stato della relazione fra il maschile e il femminile, soggetto e oggetto, luce e ombra, verità e amore.

di Aurora Smeriglio, adattamento di Alan Perz

Musica, Sogno e Creativita’ 23 Settembre 2006

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Musica, Sogno e Creativita’

NUOVE VIE DI APPROCCIO ALLA TERAPIA CON MUSICA

Prof. Paolo Rossi – Dott. Enrico Caruso
Scuola Superiore di Psicoterapia di Cremona
Istituto di Psicoterapia dell’Immagine di Milano
Equipe Logodinamica di Milano

sito web: www.equipelogodinamica.it

email: info@equipelogodinamica.it

(tratto dalla rivista “Anthropos & Iatria”
anno 2 – n. 6 – 1998 – De Ferrari editore)
www.neurolinguistic.com/proxima/anthropos/it-75.htm

su gentile concessione del dott. Enrico Caruso

Questo lavoro presenta una tecnica riabilitativa e psicoterapica nuova, basata sull’attivazione delle funzioni rappresentative tramite la musica. Con essa si stimolano le funzioni mentali assopite, ma si agisce anche sul conflitto nevrotico e si stimola il gusto della produzione creativa. Le basi neurofisiologiche di questo intervento si trovano in quello spazio funzionale del cervello dimostrabile elettroencefalograficamente con i potenziali evocati percettivi o motori, nel momento di cogliere un significato o di programmare un’azione (”onda di attesa” e presenza di aumento della latenza della risposta evocata). Questo momento funzionale dimostra che dopo la sensazione e prima del gesto esiste un’attività di decodificazione delle aspettative della sensazione o del gesto stessi. Quest’attività è probabilmente riferibile alla comparazione effettuata dalla coscienza tra la realtà sensoriale e quella immagazzinata nella memoria, che va sotto il nome di immaginario. Essa è presente in tutte le funzioni mentali, da quelle più meccanicistiche, legate alla relazione automatica esistente tra la sensorialità e la motricità, come ad esempio nei riflessi di difesa. Ma essa diventa sempre piu’ consistente man mano si determini la necessità di una valutazione e di una scelta.

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La musica non si presenta all’ascoltatore con immagini specifiche, di tipo tattile o olfattivo o visivo ad esempio, ma, per le proprietà che vedremo, di coordinazione e di mediazione delle percezioni interne ed esterne; tramite essa l’apparato osteovestibolare probabilmente attiva una “disponibilità” viscerale o muscolare alla percezione o all’azione.
Per cui, come vedremo, le immagini suscitate della musica sono di tipo onirico, aspecifiche, impalpabili e sconclusionate come quelle dei sogni. Ma proprio nella aleatorietà de queste rappresentazioni sussiste quella multipotenzialità prospettica che rende l’immaginario creativo.
Il divario tra l’immaginario onirico e quello della memoria “fotografica” dà spazio alla scelta soggettiva, all’interpretatività della percezione o dell’intenzionalità del gesto.
In questo spazio soggettivo si colloca il momento della scelta affettiva o logica del comportamento. L’immaginario onirico, simile a quello suscitato dalla musica, dà quindi il massimo spazio alla soggettività interpretativa o progettuale, sulla cui base vengono poi, messe all’erta le altre percezioni, dopo quella uditiva e viene anche preparata la disponibilità espressiva della voce (la funzione espressivo-motoria concomitante alla percezione acustica), che può innescare ogni altro genere di comportamento espressivo, facilitato neurologicamente dalla preliminare pervietà dalla funzione audio-verbale.

Potrebbe essere importante, intendendo in questo senso diverso la musica, intravedere nel brano musicale gli aspetti biopsicologici che massimamente innescano i collegamenti tra udito e altre percezioni, come tra la voce ed espressività diverse.
La musica, ad esempio, è spesso centrata su messaggi ignorati sotto questo profilo psicobiologico dai musicisti, anche se, forse inconsciamente, ritmi o effetti particolari sono presenti nei brani come contenuti comunicazionali, estranei tuttavia alla tematica estetica coltivata dal’Artista.
Ad esempio, con frequenze sintoniche con il ritmo del cuore e del respiro la musica induce la calma e la stasi, altre volte essa porta al dialogo (ad esempio nelle sonate al pianoforte a due o più mani, o nei quartetti, ecc.), così come essa porta depressione, sgomento, maniacalità, gioia, ecc. se presentata tramite “insiemi” o “clusters” compositivi che riecheggiano le modalità associative del pensiero umano.
Questi contenuti comunicazionali non fanno parte della lirica estetica, anche se sono parte integrante del messaggio musicale. Noi lavoriamo con la musica per favorire questo aspetto interattivo del messaggio, la dimensione di aspettativa o di intenzionalità potenziale dimostrabile con i potenziali e evocati, in cui inserire gli spazi positivi del paziente, delle sue risorse residue alla sua creatività.

Il nostro lavoro clinico con la Musica differisce dalla Musicoterapia: questa prevede l’ascolto o la partecipazione attiva alla musica. Noi invece utilizziamo i messaggi intrinseci del brano, per stimolare subliminalmente, preconsciamente o inconsciamente specifiche funzioni corporee o mentali, in riabilitazione o in psicoterapia ad orientamento analitico.
Il brano musicale, opportunamente prescelto, viene usato come sottofondo, spesso disatteso dal paziente. La sua attenzione è rivolta al corpo, a quelle funzioni percettive o motorie su cui si desidera lavorare.
Grazie alle proprietà strutturali del brano, con esso si innescano nell’ascoltatore modificazioni positive, che sono comprovate da evidenti miglioramenti delle funzioni percettive o prassiche, da una rivitalizzazione dell’Immaginano nelle sue componenti oniriche o progettuali, compresa una maggior libertà di intuizioni creative.
Quali riabilitatori, usiamo la musica come “traccia” subconscia, necessaria per attivare potenzialità percettive o espressive latenti. Come psicoterapeuti e psicoanalisti usiamo la Musica per stimolare l’Immaginario ed i sogni, quali espressioni delle risorse creative.
Essa riesce a modificare molto oggettivamente le potenzialità del paziente, agendo sulla sua possibilità di accedere alle risorse dell’Io corporeo e mentale e, qualora le sue capacità di accesso alle funzioni sensomotorie sono ottimali, stimolando con essa la sua inventività creativa.

MUSICA IMMAGINARIO E SOGNO

Tutto ciò è possibile grazie ad alcune proprietà della musica di interagire con l’immaginario. La musica possiede un grandissimo potere di stimolazione dei sogni.
Probabilmente a causa della sua globalità comunicazionale, che coinvolge contemporaneamente percezioni, elaborazioni mentali ed espressività, essa possiede un elevatissimo grado di potere di induzione onirica, quasi che l’Io fosse sostituito dalle sue funzioni dal messaggio musicale, che strutturalmente viene a sovrapporsi alla sua produzione originale.
Probabilmente si realizza che la musica fa da ponte tra il sogno, affettività, soggettiva ed evanescente nella sua irrealtà, con la creatività, rivolta al collettivo ed alla concretezza pratica.

Vedremo come la sintesi tra l’affettività e la pratica sia la base dell’evoluzione e anche la base dell’armonia dalla personalità.
Questa sintesi tra affettività a tecnica porta alla creatività, passando dall’immaginario. E’ probabile che la capacità di forte stimolazione onirica del brano musicale sia alla base del processo per cui la musica stimola la creatività, in quanto la fantasia è la “palestra” ove la progettualità viene prefigurata.
Questo primo aspetto, per il quale la musica è evidentemente fonte di creatività, è affrontabile sperimentalmente.
Nella misura in cui i sogni e l’immaginario sono il supporto della fantasia, che come è noto porta all’inventività progettuale creativa, si può sperimentalmente verificare che la musica si connetta con la creatività, perchè genera inaspettatamente sogni e capacità di rappresentazioni, che forse prima non avevamo.
Questa tecnica, nuova nel campo dalla psicoterapia, permette di introdurre nell’ascoltatore, paziente o cercatore di esperienze nuove, dinamiche associative tratte dal messaggio del musicista.
Si fa interagire di fatto la personalità e lo stato d’animo del musicista al momento dalla composizione con la personalità del paziente.
In questa proposta la musica induce dinamiche nuove, sia nei sogni in seduta che in quelli notturni, in funzione dei contenuti simbolici o strutturali del brano presentato.
L’impressione è che la musica, tramite i sogni indotti, arrivi a determinare esperienze identificatorie, sostitutive o complementari a quelle originarie infantile. Inoltre, la caratteristica paradossale, che si può notare nelle sedute, è che al paziente viene raccomandato di non ascoltare la musica.
Gli viene invece effettuata la consegna di focalizzare, insistentemente e tenacemente, la propria attenzione su percezioni cinestesiche o viscerali, site all’interno del torace e dell’addome, inusuali quindi rispetto alle modalità percettive correnti.
Nella stragrande maggioranza dei pazienti sottoposti a questa consegna, fino dalla prima seduta, si realizza, per distrazione, il blocco di ricordi e di fantasticherie evasive. Nasce invece, una produzione nitida ed intensa, a carattere onirico.

Nelle sedute di psicoterapia con musica viene presentato al paziente il brano musicale mentre questi è assorto in queste sue “allucinazioni ipnagogiche”, come le chiamava Freud.
La produzione onirica spontanea viene modificata dalla musica: ne emerge un sogno, interpretabile analiticamente, come frutto della complessa relazione terapeutica, in cui compare anche il messaggio del Musicista.

A proposito dalla personalità del Musicista, devo accennare al fatto che sono state condotti vari tentativi, per tentare di classificare i vari Musicisti secondo le loro caratteristiche affettive o razionali usate nell’organizzazione delle loro opere.
Tali caratteristiche vengono inconsciamente percepite dal paziente secondo un insieme di codici linguistici complessi, che tuttavia possono essere ricondotti a leggi comunicazionali musicali costituite da moduli elementari di relativa semplicità.
Con questa tecnica psicoterapica riusciamo ad evocare sogni in seduta che sono rapportabili ai contenuti del messaggio musicale presentati. Anche i sogni notturni ed i movimenti transferali vengono condizionati dall’esperienza musicale.
Si riesce pertanto a dipanare i conflitti, amplificando con l’immaginario indotto dalla musica le dinamiche in atto, o interpretandole, usando il brano come elemento di comunicazione allusiva, sul piano metaforico o simbolico.

IL POTERE DELLA MUSICA NELL’INTEGRAZIONE DELLE FUNZIONI SENSOMOTORIE

Prima dell’approccio psicologico o psicoanalitico, esiste comunque l’essere umano incapace di determinate coordinazioni. Un numero relativamente alto di persone non sogna. Molti non riescono a fantasticare. Moltissimi non riescono ad introdurre nelle loro rappresentazioni, nel corrente esercizio della progettualità quotidiana, spazio o tempo.
L’accesso alle funzioni percettive ed espressive secondo parametri funzionali definiti, previsti dalle leggi di costruzione dello schema corporeo o della dimensione relazionale esterna, è indispensabile per garantire al paziente la necessaria libertà di costruzione dei suoi modelli esistenziali.
A volte, per il paziente, manca un modello fisico di riferimento a cui adeguarsi. Non gli è mai stato fornito, forse per assenza di gioco tra genitore e bambino, forse per la carenza organica di schemi comportamentali, a cui adeguare le proprie percezioni o le proprie azioni.
La musica è gioco, ma contemporaneamente propone uno schema tra il sentire, l’essere ed il fare. Quest’approccio musicale con il paziente può essere anche utilizzato per stimolare nel medesimo determinate funzioni sensomotorie inibite o incoordinate.
In tal caso la musica riesce a stimolare nell’immaginario l’organizzazione degli schemi spazio-temporali e di interazione con il reale. La musica infatti possiede un’ulteriore proprietà di interazione rispetto alla personalità umana, agendo sulla struttura dell’immaginario, stimolandone la coerenza e la compattezza comunicazionale interna.
La musica è infatti una forma di comunicazione globale e, rispetto alle altre forme estetiche o culturali di relazione, essa può sintetizzare spazio (tramite la direzionalità) e tempo (con i ritmi). Essa può anche contenere contemporaneamente simboli (tramite la diacronicità, i riferimenti a codici sottointesi) e metafore (tramite la sincronicità, la similitudine analogica), così come può essere empatica (cioè affettivamente partecipativa) o transizionale (cioè strumento fisico di coinvolgimento, pretesto di contatto).
Può essere quindi affettiva (malinconica o eccitante) o logica (architetturalmente articolata o focalizzata su virtuosismi tecnici). Può essere senza forma, emozione, pura psicodrammatizzazione (come la musica atonale), può essere forma a diversi livelli di strutturazione (come la melodia), oppure può essere messaggio nel tempo simultaneo (armonia), nel tempo ciclico (ritmo) o in quello lineare (motivo, tema).
La musica può essere un virtuosismo acustico, ma può anche coinvolgere l’intera architettura delle percezioni esterne ed interne. Può essere voce (canto) a rievocare anche timbricamente le funzioni espressive della fonazione, ad esempio col particolare uso dei “fiati”; può essere gesto (danza) e rievocare la mimica dell’esternazione gestuale (”percussioni”) o quella della postura o del passo.
Può suscitare ricordi, associazioni o archetipi, regressione o inventività creativa. Della musica abbiamo proposto una descrizione insiemistica rapportabile ad una visione junghiana della personalità, la quale potrebbe essere utilizzata per “tarare” una comunicazione mirata in una comunicazione interpersonale (Caruso, Callegari a Rossi).

UDITO, CANTO E DANZA AL CENTRO DELL’EVOLUZIONE

Le proprietà psicobiologiche della musica precedentemente accennate possono probabilmente essere comprese meglio riflettendo su alcuni dati sperimentali. Poichè la musica può accedere alla psicologia in termini a volte più radicali di altri canali di relazione, può essere, come riferito, che essa abbia analogie strutturali con 1′organizzazione della personalità.
Ma, oltre questi aspetti, di fatto udito a linguaggio costituiscono la cerniera di spinta dell’evoluzione, come è anche vero che udito e canto, udito e danza, sono gli epicentri della musica.
Udito ed espressività gestuale o verbale sono comunque le forme di organizzazione di quell’immaginario che si propone come ponte tra l’Io e l’Ambiente.
Che udito e linguaggio siano il fulcro dello sviluppo emerge dalle ricerche di A. Leroi-Gourhan, biologo, antropologo e paleontologo. Secondo questo autore la spinta evolutiva non interverrebbe soltanto con il perfezionamento e con l’integrazione polivalente di questo feed-back sensomotorio centrato sull’ascolto e sulla parola, ma avverrebbe anche per la messa in atto di alcune prerogative strutturali del corpo e della mente umana.
Intrinseca nella fisiologia somatica dell’Uomo e dei suoi antenati, dimostrabile dai pesci alle scimmie fino all’Uomo, esistono alcune proprietà dell’individuo di osservarsi: le azioni che più significativamente hanno permesso all’Essere in evoluzione di assumere una graduale coscienza sono l’uso dell’arto inferiore, per assumere la postura eretta, a l’atto di portare la mano alla bocca, guardandola e proponendola all’ambiente come strumento libero dal proprio corpo.
Mentre quest’Essere cammina, o mentre libera dagli schemi riflessi la propria mano, il suo controllo degli arti sembrerebbe generare il senso dell’Io che si vede, il Sè, primitiva dimensione di coscienza, con la quale compararsi ai simili, identificati nel branco.
Lo studio di Leroi-Gourhan è tutto sottilmente equilibrato nella dimostrazione anatomica a sociologica di queste sottili alchimie, tra udito e percezioni esterne (vista, tatto, olfatto e gusto), funzioni otovestibolari a percezioni interne (cenestesi e cinestesia), percezione del Sè e percezione dell’Altro.

ASPETTI FREQUENZIALI E TONALI COME STIMOLO PSICOBIOLOGICO

La musica, per le caratteristiche di globalità e di simultaneità comunicazionale, permette la visione contemporanea di voce e gesto, di sè e dell’altro, del contesto oggettivo, fisico, e di quello soggettivo, immaginano.
Le componenti frequenziali (ricorsive) e tonali (energetiche) della musica permettono anche di indagare su altre sue analogie con la struttura dell’evoluzione umana, come se essa permettesse oggettivamente la produzione di flussi biologici ad azione neurovegetativa.
Le interferenze dell’ascolto individuale della musica sulle risposte psicogalvaniche, sull’E.C.G. e sull’E.E.G. sono dimostrate.
Forse meno dimostrata è stata l’interferenza della dimensione collettiva dell’ascolto musicale sulla psicobiologia individuale. Del resto è evidente che la condivisione dell’ascolto musicale scatena un’apertura di identità, un attaccamento all’Altro che apre a trasformazioni psicobiologiche radicali, sul piano regressivo, abreativo, ipnotico, ecc.
Tali trasformazioni avvengono probabilmente per la messa in gioco di definiti parametri della fisiologia dell’Immaginario nel processo di identificazione. Questi parametri evolutivi sono valutabili osservando in chiave collettiva il fenomeno dello sviluppo del singolo.

Altri biologi o fisici, dopo Leroi-Gourhan, hanno infatti fornito prove della complessità articolata dell’evoluzione. La teoria darwiniana della selezione naturale forse non è sufficiente, perchè sono necessarie altre spinte biologiche per giustificare la qualità della relazione sociale che accompagna lo sviluppo del singolo.

Caratteristiche fisiologiche e dinamiche particolari, insite nelle leggi del gruppo, intervengono ad avvallare la supremazia del più forte. Le leggi gruppali e quelle selettive alimentano a loro volta migrazioni, movimenti e selezioni cellulari nell’individuo, ad esprimere corrispondenze ed adeguamenti biologici conseguenti alle regole ed alle trasformazioni del gruppo (si vedano Gould, Edelman, Changeux, Capra, Portmann, Morpurgo).

Nuove teorie, molto suggestive ed in via di convincente sperimentazione, dimostrano che esistono aspetti comunicazionali intrapsichici non rispondenti ai modelli di trasmissione sinaptica, perchè molto primordialmente legati a lenti flussi ionici, suscettibili di interferenze fisiche diverse dalle leggi elettrologiche (Anati, Reckeweg).

MUSICA E CREATIVITA’

Il tema dell’immaginario e della creatività è tuttavia complesso e non può essere affrontato riduttivamente pensando che sussistano spunti creativi solo ricoordinando la fisiologia mentale con il corporeo.
E’ vero che la base psicofisiologica di fondo dalla creatività consiste per l’individuo nel fatto di poter disporre della massima libertà di accesso alle proprie potenzialità di percezione, di elaborazione mentale e di espressività.
Ma è anche vero che esistono livelli di comunicazione particolarmente evoluti che non sono riconducibili pedissequamente agli schemi psicobiologici dell’organizzazione dell’Immaginario.

Freud collegò la creatività all’immaginazione, soprattutto a quella edipica. Con una concettualizzazione analoga, almeno per ciò che riguarda la centralità della fantasia, la Klein, a proposito del fantasma, ribadì che la vocazione artistica alla creatività deriva da un elaborazione delle posizioni schizoparanoidee, proiettive, e depressive, introiettive.
Esistono aspetti comuni tra l’ottica edipica di Freud e quella di elaborazione delle introiezioni e delle proiezioni della Klein. L”‘Edipo” rappresenta l’impatto col “diverso”, con la pulsione finalmente eterocentrica, affascinante proprio perchè prevede la necessità di una complementarietà speculare dell’Io rispetto all’oggetto d’amore.
Ma anche l’attaccamento critico all’oggetto d’amore postulato dalla Klein esprime un piano di percezione della realtà “evoluto”, meno egocentrico, rispetto all’onnipotenza infantile.
Infatti il fantasma kleiniano, l’immagine mentale tra il conscio e l’inconscio, nasce dall’interazione della percezione di realtà ed il mondo interiore, che è l’insieme degli oggetti internalizzati per identificazione.
Esso, quale ponte tra l’Io, il Superio e l’esperienza dell’oggetto d’amore, permette una progettualità più vantaggiosa, perchè non unilateralmente legata ad una visione dalla realtà.

La creatività secondo l’ottica junghiana nasce da una visione di una pluralità di livelli di realtà e della loro complicata relazione. Esiste per Jung una dottrina psicologica, pretenziosamente oggettiva, che descrive gli archetipi, l’articolazione delle funzioni dell’Io, la complementarietà degli opposti, ecc.
Ma esiste anche un pensare psicologico, che ha come oggetto la relazione della psiche con la sua intenzionalità. Questo mondo, tipicamente soggettivo, si realizza, ad esempio, nel sogno, quale “organo di informazione e di controllo” rispetto alle funzioni dell’Io.
Nell’intuizione della circolarità tra immaginario conscio ed immaginario inconscio e dell’aspetto retroagente di quest’ultimo, si propone una concezione totalmente nuova di causalità e di determinismo.
L’individuo, proiettato su aspetti reticolari, stratificati o circolari di realtà, i cui livelli sono dominati dallo “spirito”, al reale aderisce con una sa concezione “luminosa”. Ciò presuppone una sua ampia libertà di riferimento e di movimenti, espressione delle sue potenzialità creative.

MUSICA E TERAPIA: UN MODELLO DI SENSOMOTRICITA’ ACCOMUNABILE PER LA DESCRIZIONE DELLA MUSICA E DELLA PERSONALITA’

Su queste nuove basi biologiche tenta di proporsi questo nostro studio della Musica. Essa coinvolge tutto il corpo: la voce con il canto e la gestualità con la danza. Nel praticare queste attività connesse con la Musica, l’attenzione è impegnata a controllare ogni coordinazione somatica, ponendola in sintonia con gli Altri.
Il consistente potere di coinvolgimento razionale ed emotivo della Musica, la sua spinta alla partecipazione somatica ed alla sensazione di forza dell’Io, dipendono da effetti psicofisici che la Musica possiede costituzionalmente, avendo un potere comunicazionale globale che, radicato nella fisica e nella psicoacustica, si spinge fino alla creatività.

Noi usiamo questi effetti comunicazionali della Musica per fini riabilitativi, psicoterapici a psicoanalitici, in modo da presentarla come stimolo di attivazione delle funzioni biopsicologiche fino ad accedere alla prerogativa massima dell’umano, la creatività.
Come la Musica si articola su leggi che vanno dalla fisica acustica, alla grammatica ed all’estetica musicale, alla sua incommensurabilità di Arte nell’istante creativo, così la Persona va dalla fisica, alla biologia, alla psicologia, alla creatività vista dalla psicoanalisi e dalla religiosità …

La Musica, oltre ad essere in grado di stimolare la Creatività ai livelli speculativi eccelsi, è in grado di sollecitare attitudini più elementari, di coordinamento o di coscienza che alimentano la libertà personale, quindi l’accesso alle costruzioni ideative più elevate.
La Musica infatti, manifestazione artistica complessa più di ogni altra, possiede una struttura che, per alcuni aspetti può essere fatta collimare con la struttura delle personalità umana.

Su questi temi abbiamo già proposto ipotesi che non intendiamo riprendere nel vivo della loro discussione, ma che in questa sede vorremmo riassumere così: esiste un’analogia tra alcune funzioni dell’Io con alcune caratteristiche dell’ascolto o dell’espressività musicale.
Prendiamo in considerazione, ad esempio, le funzioni sensomotorie e le loro elaborazioni (mnestiche o associative) che possiamo presentare come segue.

sensopercezione
elaborazione
espressione

percezioni interne
percezioni esterne
memoria
associazioni
voce| comunicaz.logica | piano maschile
gesto |comunicaz. affettiva | piano femminile

Questo schema, pur nella sua elementarietà, racchiude deduzioni sperimentali e cliniche complesse, in quanto si riferisce da un lato alla logica della circolarità dell’evoluzione di Piaget, che presuppone che lo sviluppo del bambino nasca dalla “sensomotricità”, con la quale si intende l’anello comportamentale per cui “mi muovo e mi esprimo per come sento e percepisco le cose”.
Dall’altro lato questo schema si riferisce alle ricerche di Leroim-Gourhan, il quale sostanzialmente sostiene che non si può pensare alla percezione ed alla espressività considerandole processi isolati.
Percezione interna ed esterna, gestualità e voce sono manifestazioni che si articolano in maniera reciprocamente integrata. Questo schema può adattarsi ancora alle funzioni dell’Io secondo Jung, ove la comunicazione affettiva è prodotta dalle funzioni “femminili” di sensazione e di intuizione, mentre la comunicazione “logica” è prodotta dalle funzioni “maschili” di pensiero e sentimento.

Anche la musica può adattarsi ad uno schema sovrapponibile, considerando che le proprietà dell’udito di fungere da integratore delle percezioni e da “ponte” tra la realtà interna (sensorialità cenestesica e statocinestesica) a quella esterna (sensorialità prossimale e distale di vista, tatto, olfatto, gusto).

percezione musicale
elaborazioni possibili
espressività musicale

orecchio interno musicale orecchiabilità e possibile
collimabilità della musica con le altre percezioni (vista, equilibrio, tatto ecc.)
significato musicale

musica “ambiente”
canto | efficienza e focalizzazione comunicazione

danza | sintonia comunicazionale

Dalla sovrapponibilità di questi schemi si può comprendere forse come la musica possa sollecitare le funzioni dell’Io, abilitandole a dimensioni di costruzione più elevate, appunto verso la creatività.

MUSICA E TERAPIA: UN TENTATIVO DI CLASSIFICAZIONE DEI MODULI COMUNICAZIONALI MUSICALI PER ENTRARE NELL’IMMAGINARIO DEL PAZIENTE.

Se, come è stato accennato, aspetti della sensorialità e dell’espressività del paziente possono essere descritti secondo un’organizzazione sovrapponibile alla struttura di un brano musicale, esaminando la sua composizione psicoacustica, melodica o armonica, per certi versi saremo in grado di scegliere il brano musicale ottimale per comunicare con questi.
Si apre in questo senso forse una modalità diversa di concepire la psicologia della Musica, quindi la strada per nuove frontiere di creatività può consistere nell’intravedere nel brano messaggi di accoglienza, di sintonia, di femminilità, piuttosto che di efficienza finalizzata ad un’espressività definita, maschile.
Le percezioni interne, favorite dall’orecchio musicale, dalla oggettività della memorie e dalla precisione descrittiva della voce e dei simboli favoriscono la dimensione maschile.
Le percezioni esterne, l’adattabilità delle associazioni e della sintonia dei gesti favoriscono la dimensione femminile.

Tutta la storia della Musica tende a proporre i due modelli di comunicazione. Essi sono peraltro anche allusivi di modalità psicologiche valutabili in modo diverso: prevalentemente affettive, estetizzanti, ciclotimiche, potenzialmente regressive sono le modalità femminili, razionali, culturali, schizotimiche ed efficienti sono quelle maschili.
Solo i grandi musicisti hanno sintetizzato in maniera libera e creativa la dimensione di efficienza e di accoglienza, riuscendo a non schierarsi secondo le pulsioni derivanti dalla loro struttura e dalla loro storia, riuscendo quindi ad essere creativi.

Curt Sacs, nel suo trattato di etnomusicologia “Le sorgenti della Musica” sostiene che l’evoluzione della melodia segue un percorso particolare: tra le melodie primitive alcune sono caratterizzate da alternanza delle tonalità, destinata a determinare accoglienza (come nelle melodie ad intervallo unico), altre sottolineano ed esasperano le differenze tonali, dando luogo ad una sorta di esclamazione, come le melodie a picco.
Melodie più evolute ripropongono accoglienza o esternazione giocando, a diversi livelli di conclusione, sull’apertura o sulla chiusura degli intervalli, secondo una progressiva coscienza musicale di simmetria, femminile, o di asimmetria, maschile, delle note.

Ma, prima di arrivare alla melodia, si può facilmente notare come il singolo stimolo tonale possa essere caratterizzato da caratteristiche prevalentemente armoniche se presentato come suono, cioè come vibrazione promossa da una gestualità regolare e sintonica con lo strumento.
Oppure lo stimolo può essere costituito da un rumore, soprattutto se proveniente da una percussione impulsiva. Il rumore impulsivo possiede un’energia cinetica più elevata, eclatante, “maschile”, rispetto al suono, sinusoidale, “femminile”.

L’uso del ritmo può essere sintonico con le frequenze cardiaca e respiratoria ed in tal caso induce necessariamente a regressione e ad associazioni di contenimento femminili.
Un “ritmo” inteso come una ricorsività di un tema che viene ripreso dialogicamente allude invece a qualche cosa di più culturale, di più evoluto, di maschile.
Considerando i brani musicali sotto profili complessi si può notare che i concetti di accoglienza (femminile) o di incisività espressiva (maschile) sono riproposti, tramite il tipo di strumenti usati, per i tempi, per il tipo di melodia, o di chiave, o di accordi o di motivo.
Tra gli strumenti, ad esempio, i fiati sottolineano maggiormente la precisione formale, le percussioni l’incisività espressiva, che sono allusività maschili. Gli archi suggeriscono invece il gesto, più vicino ad un’allusività femminile.

Gli Autori stessi possono essere visti a seconda della sensibilità tematica in essi ricorrente, come prevalentemente impulsivi e razionali, attenti all’architettura ed al simbolismo.
Altre volte sono più attenti a proporre un contesto, un ambiente di sintonia con l’ascoltatore. Anche a questi livelli si ripropone una comunicazione maschile ed una femminile.
Allo stesso modo l’Autore può essere provocatoriamente ermetico, di una impenetrabilità maschile, o fascinoso per seduzioni timbriche o per accostamenti estranei alle regole tonali, quindi femminile.

La musica classica è probabilmente la sintesi di un movimento estetico e culturale in cui i modelli antichi, pagani a classici, pitagorici, sono stati rivisitati secondo i parametri di una cultura recente, cristiana. L’inconciliabilità delle due culture ha costretto gli Autori del cosiddetto filone classico a proporsi con messaggi estranei alle due matrici, derivanti dalla loro inventiva personale.

Come avviene nella creatività in psicoanalisi, ove il paziente deve inventare un suo nuovo piano esistenziale situato oltre i retaggi dalla sua storia ed oltre la personalità del suo analista, così anche nella musica classica la grande ricchezza creativa nacque dallo sforzo di superare il contrasto tra il passato ed il presente.
Come fu per la musica classica altri filoni musicologici possono nascere, comparando il “sentire” di altre culture popolari antiche, diverse dal paganesimo greco e romano, con le “percezioni” di un mondo moderno, caratterizato da nuove “fedi” di democrazia e di solidarietà tra i popoli.
Seguendo queste ipotesi di ricerca dello “spirito” di nuovi valori forse una creatività più pura potrà emergere, mediando il sogno inconscio di un mondo senza frontiere con la diffidenza conscia delle differenze a delle ostilità etniche. Forse potrà nascere una nuova Musica.

MUSICA E TERAPIA: LA RICERCA DELLA MUSICALITA’ DEL LINGUAGGIO COME ESEMPIO DI CORREZIONE DI DISFUNZIONI ORGANICHE IN RIABILITAZIONE.

In riabilitazione si usano musiche diverse, ma tutte molto semplici, uniformi, continuative a ritmiche. Probabilmente devono essere proposti modelli che si adattano ad una comunicazione regressiva e contenitiva, basata sulla costanza dei punti di riferimento.
Ad esempio, per favorire la musicalità e la spontaneità del linguaggio del paziente, la persona dovrà essere aiutata nel ritrovare un buon dialogo con se stesso, per riscoprire il bioritmo dalla vita interna e dalla vita esterna.
Esempi di riabilitazione del linguaggio saranno proposti per sottolineare come la ricerca della sua musicalità illumini riguardo la ricerca della musicalità delle coordinazioni delle funzioni sensomotorie in generale.

Gli stati emotivi consci o inconsci del soggetto, che interferiscono nel dialogo con sè e con gli altri, per cui la produzione verbale risulta bloccata, possono essere interpretati dal punto di vista funzionale ed in questo senso riavviati tramite una programmazione terapeutica più armonica.
Ma, affinché la persona possa ritrovare la musicalità e la spontaneità del proprio linguaggio, sarà importante saper ascoltare e decifrare ciò che questa sta realmente dicendo, interpretando i motivi dell’interruzione della ritmicità linguistica.
Comprese le cause del disordine fonemico o verbale, per facilitare il ritmo o per sollecitare la capacità catartica di far defluire lo spasmo, oppure per sviluppare la capacità di accogliersi e di sentirsi accolto, la musica diventa un potente strumento per stabilire il senso dell’accoglienza e dell’adattamento rispetto all’ambiente.
La musica riorganizza dal punto di vista interiore ed inserisce l’individuo nei codici ritmici che vengono sollecitati dalla fisicità transizionale della musica stessa.

L’esistenza di un ruolo disturbante del feedback audio verbale ci permette di comprendere perché, inserendoci terapeuticamente in questo meccanismo, in realtà possiamo riabilitare la funzione linguistica.
Affinché siano garantiti successi duraturi, è tuttavia necessario che l’intervento correttivo preveda un programma pedagogico-riabilitativo comprendente una batteria di tecniche e che sia organico ed olistico.

In una nuova metodologia, si è cercato d’integrare tecniche di autodistensione, musica e tecniche foniche, per favorire l’organizzazione fra mente, corpo e linguaggio.
Oltre alle funzioni di rilassamento e di contenimento, che si producono sulla base delle dinamiche individuali, la musica può funzionare come binario di riferimento fisico e psichico nella pedagogia e nella riabilitazione degli schemi percettivi e motori carenziali.
Attraverso la musica e tecniche foniche ritmate, si agisce sollecitando la capacità linguistica e si modulano i ritmi e le frequenze. La parola è una struttura semantica, e la ricezione di una struttura necessita non tanto di un potenziamento settoriale del linguaggio, quanto di una riorganizzazione complessiva della comunicazione nel suo complesso, nel cogliere gli elementi creativi della medesima.

L’apparato pneumo-fono-aricolatorio può pertanto essere potenziato, non tanto con un’amplificazione protesica massiccia di una tecnica fonica, ossia basandoci solo nella esclusiva riabilitazione esterna del linguaggio, quanto sarà importante ricomporre il suono vocalico con l’emozione, sfruttando le qualità catartiche, determinate dal ritmo, dall’armonia e dalla melodia della musica.
La carenza pneumo-fonica va poi integrata con un allenamento alla ricezione del ritmo, in tutte le sue forme (ginnastica ritmica, intonazione linguistica, stimolazione psicologica dell’affettività, ecc.). Giova un’amplificazione delle basse frequenze associata all’amplificazione uditiva sensoriale, trasmessa al soggetto mediante l’ascolto di stimoli sonori che rinforzano la timbricità e la melodia del linguaggio parlato.

Musiche specifiche e canti d’origine indiana vengono utilizzati per sollecitare la percezione del ritmo e la comunicazione verbale che ritrova la sua integrità. La terapia si basa nel sollecitare una specifica catarsi attraverso la musica e il canto, per poter notevolmente ridurre la tensione fono articolatoria, ridando al linguaggio musicalità e spontaneità.
La regolazione della voce e del ritmo verbale, in accordo ai ritmi sonori che vengono presentati, permette una riappropriazione corporea della propria voce. Il linguaggio verbale diventa linguaggio corporeo ed ogni zona somatica, librandosi dalla rigidità, diventa recettiva alle modificazioni indotte dalle vibrazioni sonore che a poco a poco invadono lo schema corporeo.
Vengono sollecitati due tipi di ascolto: quello cocleare e quello di un altro orecchio interno, distribuito lungo tutto il corpo.
In altre parole noi siamo ricettivi al suono non solo in virtù del nostro apparato uditivo, ma tutto il nostro corpo vibra ed ascolta quando si presentano dei suoni esterni. Le vibrazioni sonore, modificano il corpo ed amplificano le basse frequenze ambientali, facendo da collegamento con il ritmo della musicalità del linguaggio.

In stato di autodistensione, sinergicamente vengono fatte ascoltare musiche caratterizzate da motivi lenti, associabili agli aspetti contenitivi e ritmici. Il paziente, sulla base di tale ascolto, reagisce spontaneamente riducendo l’ansia correlata al linguaggio e regolarizza le funzioni connesse, senza l’intervento ossessivo dell’operatore.
Sono prescelte musiche che fanno parte del repertorio animistico, che, per le loro caratteristiche musicali, costituiscono un valido appoggio di riferimento per la ricerca di un proprio ritmo interno ed esterno, lento e metabolizzabile, facilitando l’espressione emotiva e la comunicazione secondo diversi livelli.
Il motivo musicale ed i contenuti timbrici e melodici devono essere suggestivi per attrarre ed interessare la persona, per far in modo che egli non cada nei soliti meccanismi ossessivi che determinano il blocco del linguaggio.

Le musiche inserite, che prevedono rumori naturali – onde del mare, suoni periodici associabili al respiro o al cuore – servono a confermare il modulo ritmico ed armonico della musica associabile al linguaggio. Quando il motivo coinvolge il soggetto, esso può divenire uno schema subconscio per parametrare automaticamente il proprio eloquio.

Con la musica vengono sfruttate le qualità riaggregative che essa esercita sull’Io. In questo caso, non solo si sfruttano gli aspetti simbolicoemotivi espressi dal brano musicale, ma contemporaneamente, tramite il messaggio ritmico, si educa la persona ad ascoltarsi piacevolmente in maniera non disturbante.
Questi metodi rientrano pertanto nel settore pedagogico-riabilitativo, sfruttano l’attivazione di schematizzazioni percettivo-motorie, permettendo una reintegrazione di queste funzioni. In altre parole, si cerca di sollecitare la funzione dell’VIII nervo cranico che integra le frequenze vibratorie ed acustiche (funzione cocleare) con le percezioni statocinetiche interne del soma (funzione vestibolare).

MUSICA E TERAPIA: LA MUSICA INDIANA COME PEDAGOGIA DELLA RELAZIONE

La musica indiana che proponiamo è un buon esempio di sintesi tra aspetti maschili a femminili, modello di integrazione nell’ascolto delle diverse parti del Sè. Essa fa parte del repertorio sacro ed è costituita da produzioni rituali avvallate da un’antichissima tradizione.
Tali musiche sono caratterizzate da una struttura che concilia la meditazione, proponendo l’ascolto di ciò che è al limite tra l’oggettivo e l’immaginario. Per cui essa ben si addice per un uso riflessivo sui rapporti tra mente e corpo, tanto che essa può essere usata in chiave di riabilitazione verbale, e in chiave psicologica.

Quando il flusso dinamico delle emozioni appare bloccato, o quando il linguaggio corporeo o verbale hanno perso la loro funzione di comunicare i percetti emotivi, la musica sacra indiana diventa un potente strumento atto a riorganizzare le potenzialità dell’Io, nella sua continua relazione col mondo inconscio e col mondo reale.
La musica indiana attiva un sistema di amplificazione, che permette di ascoltare in proprio mondo interno e la propria voce che racchiude la propria identità. Si procede ad ascoltare il proprio Sè, attraverso il suono, che attiva processi di bio-feedback, mediante l’utilizzo di principi che sono alla base del Mantra e dei canti di origine tibetana.
Nel Mantra si cerca l’unità tra Spirito-Suono; ogni suono ed ogni fonema non è solo il prodotto del funzionamento meccanicistico dell’apparato linguistico, ma è qualcosa di elevato che libera l’uomo da ogni esteriorizzazione. Nel mantra si cerca la purezza e la catarsi mediante il potente strumento del linguaggio. Attraverso questa tecnica, il suono linguistico si arricchisce e si esce dai rigidi schemi occidentali.
Le vibrazioni sonore prodotte dai mantra riorganizzano le parole del soggetto e lo mettono in un armonico contatto con se stesso e in relazione agli altri. Il suo linguaggio si armonizza, si modula e si potenzia. Le vibrazioni si ripercuotono su tutto il corpo: anche quest’ultimo impara ad esprimersi e a sciogliersi.

La regola è sola una: lasciarsi andare al dolce andamento del ritmo sonoro. Il canto che si ritrova in queste musiche, sollecita la respirazione a vari livelli: addominale, toracica, clavicolare. Abbiamo la presa di coscienza del respiro in armonia con le vibrazioni sonore. Un suono liberato produce delle onde che acquietano le emozioni e rieducano la persona a sentirsi padrone del proprio mondo interno.

L’uso del canto fa percepire il senso dell’Unità e della Potenza Linguistica. Vocali e consonati sono l’espressione dell’anima e non frammenti sonori di un corpo che non risponde al comando. Tutto il corpo, e non solo il linguaggio, deve vibrare e risuonare musicalmente, per ottenere una buona plasticità dello schema corporeo. Il corpo, mediante l’utilizzo della musica, vive, pensa e si distende.
Le musiche proposte sono accompagnate dai suoni prodotti inizialmente dalla sola tampura. Il suono della tampura viene prodotto da quattro corde pizzicate che determinano una melodia continua senza interruzioni. Nella meditazione indiana, il suono della tampura viene usato come accompagnamento dei diversi sottosuoni gutturali (overtons), che vengono prodotti dalla voce umana.
Inoltre la tampura è lo strumento per eccellenza che viene suonato nel cosiddetto canto carnatico, un canto spirituale avente anche la funzione di favorire il parto nella donna. Nel cosiddetto Raga Indiano, la tampura è uno strumento che per le sue qualità timbriche e melodiche, e per la sua conformità, viene suonato esclusivamente dalle donne.
E’ uno strumento tipicamente femminile il quale entra in risonanza con l’identità femminile. La tampura non è uno strumento complesso, è costituita da una grande cassa di risonanza, la quale altro non è che una grossa zucca essiccata. Ha un manico largo, il quale è attraversato nella parte superiore da quattro corde. Per suonare questo grosso strumento, la donna si siede e, incrociando le gambe, pone la cassa armonica a contatto con la zona addominale.
Nel raga indiano, le donne iniziano a far vibrare le corde della tampura e solo quando le onde melodiche dello strumento hanno raggiunto la purezza timbrica e un’ampia frequenza, i maschi inizieranno a suonare il Sitar.
Con la tampura, raggiungendo una determinata frequenza sonora, il corno entra in risonanza che a sua volta vi risponde riproducendo la stessa frequenza. Ogni parte del corpo contratta, si decontrae e tutte le funzioni correlate al linguaggio e al corpo, come il ritmo del cuore, del respiro, e del diaframma, riacquistano la loro coordinazione.
Il suono emesso dalla tampura è così ampio da coprire tutti gli spettri frequenziali. Ciò significa che qualsiasi voce umana, anche stonata, può intonare le note della tampura. Le frequenze delle note coprono tutte le tonalità, dagli alti ai bassi.
La tampura è uno strumento sacro molto antico, risalente a tre o quattro mila anni fa. In piccole miniature di quell’epoca, la dea Saraswati, divinità ispiratrice del canto devozionale, veniva rappresentata con in mano una tampura. Questo strumento nel raga indiano rappresenta l’elemento femminile.
L’ampia cassa di risonanza, che genera un’ampia vibrazione delle corde pizzicate, rappresenta l’elemento materno che tutto accoglie a contiene. Il suono della tampura diventa ciò che purifica e rigenera, per dare nuovamente la vita. Le onde sonore della tampura fanno risuonare il corpo per simpatia e questo ritrova tutti i suoi bioritmi.
Solo quando l’elemento femminile-materno, rappresentato dalla tampura, ha purificato e consacrato l’Uomo alla sua Vera Natura, farà il suo ingresso l’elemento maschile-paterno, rappresentato dalla melodia del Sitar, il quale proporrà la forza, la dinamicità, l’efficienza, la creatività e l’unione con la propria essenza umana e al contempo spirituale.

Il sitar è una chitarra indiana di origine antichissima, diffusa nell’India del Nord. Il suono delle sue corde ben si avvicina alle vibrazioni prodotte delle corde vocaliche. Il sitar è uno strumento formato da 11\13 corde. Le corde principali che vengono pizzicate per produrre la melodia sono 6\7, le altre fungono da bordone e risuonano per simpatia.
Pizzicando le corde si provocano alterazioni del glissando delle note. Le corde pizzicate del sitar fanno entrare in risonanza altre corde, che determinano una melodia continua senza interruzioni. Il Sitar, quale elemento maschile, propone la melodia, il fare, la forza, il progetto e l’autonomia dal mondo materno.
Quando il Sitar e la tampura s’incontrano, la scenografia melodica si colora sempre di più con l’ingresso della tabla, tamburi indiani che segnano il tempo. La melodia viene arricchita dall’ingresso dei flauti che colorano ulteriormente l’equilibrio meditativo.
Quando il raga indiano ha raggiunto la sua massima unità, il suono linguistico espresso nel canto potrà elevarsi attraverso i colori del paesaggio musicale. La voce umana si riapproprierà della sua anima a del suo calore. Col Raga Indiano si cerca di fare un viaggio nel proprio interno, sfruttando le qualità catartiche ed abreative degli strumenti, della voce e delle naturali modalità espressive, elementi che rappresentano il suggello dell’equilibrio interiore.

Allo scopo di mantenere costante l’equilibrio psico-emotivo del soggetto e garantire la continua integrità dell’appartato fono-articolatorio l’ascolto di musiche e canti indiani induce la continua distensione muscolare e il contenimento di fantasie, pensieri e stati emotivi che potrebbero inibire la funzione linguistica, il flusso emotivo, la creatività e la capacità semantico-sintattica.

Le musiche riproducono il senso di una ritmicità Universale ed una continuità spazio-temporale melodica, che invita il soggetto a non spezzare il flusso delle proprie energie canalizzate nella ricerca del suono interiore, il quale deve ritrovare la sua trasparenza, la sua chiarezza, la sua purezza, e il suo ritmo, che ben si accorda con il tempo ritmico del mondo.
In questo ritmo naturale, il tempo perde i suoi confini e l’Uomo è invitato a ritrovarsi, per poi immettersi nel tempo e nell’habitus della realtà sociale. La ritmicità naturale del Raga Indiano, assume un valore particolare finalizzando le qualità musicali, quali tempo, intensità, melodia e valori musicali, all’unico scopo di sviluppare la voce umana.
Ritmo vuol dire armonia dei suoni a riorganizzazione strutturale della costellazione dell’Io. Queste musiche ben architettate cercano di dare al flusso dinamico delle emozioni un ritmo di riferimento che si sintonizza con l’armonia musicale del proprio mondo interno.
Sfruttando le qualità catartiche della musica, si invita il soggetto a lasciarsi andare somaticamente e verbalmente. Non ci deve essere alcuna inibizione nell’interscambio continuo tra linguaggio, emozione e corpo. La musica indiana modula l’inibizione e favorisce l’integrazione corporea.

La produzione sonora vocalizzata attiva un processo di bio-feedback che armonizza e modula i movimenti dell’apparato fonatorio e di tutte le altre funzioni neurovegetative. Musica e Voce hanno entrambi uno scopo comunicativo; i due canali, mediante l’azione sinergica, riproducono la correlazione linguaggio-emozione che è la base del corretto funzionamento dello strumento linguistico.

La musica indiana con la combinazione del suono vocalico stimola l’emozione e il mondo interno. La musica indiana, come effetto naturale, è in grado di promuovere l’espansione e l’esplorazione delle potenzialità spaziali e dinamiche del proprio corpo. Le stimolazioni musicali diventano parole che suggeriscono il lasciarsi andare all’interno della propria espressione corporea favorendo l’interscambio continuo fra linguaggio emozione e corpo.
Con la caduta delle inibizioni, si dispiega il linguaggio corporeo, che propone la propria sonorità ed espressività. Si cerca d’infondere nella persona la possibilità di poter esprimere le proprie emozioni, la propria ricchezza, ritrovando fiducia nelle proprie capacità creative, partendo tuttavia dalle coordinazioni somatiche, che vengono integrate aggiungendo al sottofondo musicale prestazioni di tipo motorio ritmico, centrate, ad esempio, sulla cadenza del passo.
A questo punto la musica attua una sintesi complessiva, permettendo al paziente di accedere agli aspetti ritmici della propria corporalità (gesto, cammino) sintonizzandoli con l’accoglienza musicale (tampura), agendo simultaneamente con una verbalizzazione intenzionale (ad es. narrazione del quotidiano) espressa in concerto con la suasività comunicazionale del sitar.
Per il paziente balbuziente, ad esempio, emerge da questa pratica un modello di riabilitazione che permette la convergenza di un ritmo interno contestuale con significati espressivi da esternare. Il paziente raggiunge la possibilità di sintesi tra ritmo ed efficienza, che di solito non riesce a raggiungere.

CREATIVITA’ COME FASCINAZIONE DEL NUOVO E DEL COMPLESSO

Il tema della creatività è tuttavia complesso e non può essere affrontato riduttivamente pensando che sussistano spunti creativi solo ricoordinando la fisiologia mentale con il corporeo. Freud collegò la creatività all’immaginazione, soprattutto a quella edipica.
Con una concettualizzazione analoga, almeno per ciò che riguarda la centralità della fantasia, la Klein, a proposito del fantasma, ribadì che la vocazione artistica alla creatività deriva da un elaborazione delle posizioni schizoparanoidee, proiettive, e depressive, introiettive.
Esistono aspetti comuni tra l’ottica edipica di Freud a quella di elaborazione delle introiezioni e delle proiezioni della Klein. L”‘Edipo” rappresenta l’impatto col “diverso”, con la pulsione finalmente eterocentrica, affascinante proprio perchè prevede la necessità di una complementarietà speculare dell’Io rispetto all’oggetto d’amore.
Ma anche l’attaccamento critico all’oggetto d’amore postulato dalla Klein esprime un piano di percezione della realtà “evoluto”, meno egocentrico, rispetto all’onnipotenza infantile. Infatti il fantasma kleiniano, l’immagine mentale tra il conscio e l’inconscio, nasce dall’interazione della percezione di realtà ed il mondo interiore, che è l’insieme degli oggetti internalizzati per identificazione.
Esso, quale ponte tra l’Io, il Superio e l’esperienza dell’oggetto d’amore, permette una progettualità più vantaggiosa, perchè non unilateralmente legata ad una visione della realtà.

La creatività secondo l’ottica junghiana nasce da una visione di una pluralità di livelli di realtà e della loro complicata relazione. Esiste per Jung una dottrina psicologica, pretenziosamente oggettiva, che descrive gli archetipi, l’articolazione delle funzioni dell’Io, la complementarietà degli opposti, ecc.
Ma esiste anche un pensare psicologico, che ha come oggetto la relazione della psiche con la sua intenzionalità. Questo mondo, tipicamente soggettivo, si realizza, ad esempio, nel sogno, quale “organo di informazione e di controllo” rispetto alle funzioni dell’Io.
Nell’intuizione della circolarità tra immaginario conscio ed immaginario inconscio e dell’aspetto retroagente di quest’ultimo si propone una concezione totalmente nuova di causalità e di determinismo. L’individuo, proiettato su aspetti reticolari, stratificati o circolari di realtà, i cui livelli sono dominati dallo “spirito”, al reale aderisce con una sua concezione “luminosa”.
Ciò presuppone una sua ampia libertà di riferimento e di movimenti, espressione delle sue potenzialità creative.

CONCLUSIONI

ll presente lavoro propone un modo nuovo di concepire la musica in terapia, centrato non sull’ascolto, ma sugli spazi di aspettativa e di intenzionalità che la musica suggerisce, agendo sulle sue funzioni rappresentative subconsce.
Il metodo si rivela funzionale in riabilitazione ed in psicoterapia analitica e non, in quanto può essere applicato tanto per ottimizzare le funzioni sensomotorie e rappresentative del paziente, quanto per agire sul suo immaginario, allenandolo in dimensioni categoriali (spazio, tempo, schema corporeo) inevolute, dinamizzandolo con l’amplificazione ed il dipanamento del conflitto, o sollecitando la vena creativa, tramite l’identificazione transferale o tramite la sollecitazione di un gusto creativo più libero e fine a se stesso.
Di queste applicazioni possibili sono disponibili esempi clinici diversi, i cui risultati sono obiettivabili dall’esame dell’immaginario, la cui struttura ed i cui contenuti si arricchiscono in seguito al lavoro terapeutico.

Prof. Paolo Rossi – Dott. Enrico Caruso

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tratto da: www.neurolinguistic.com/proxima/anthropos/it-75.htm